Ubaldo Pantani ha tratto lo spettacolo da un omonimo documentario
Ubaldo Pantani ha tratto lo spettacolo da un omonimo documentario

Castel San Pietro (Bologna), 23 novembre 2019 - Nelle pieghe della sua satira non ci sono agnelli sacrificali, materiale da saccheggiare sull’altare degli ascolti, semmai l’attualità integralista spingerebbe Ubaldo Pantani a scomparire del tutto. Specie quando sente parlare di Banca Etruria. Che sia Renzi, che per primo ha imitato, o altri con cui trattare l’argomento: «Dagli etruschi che non si sa da dove arrivino né dove siano spariti vogliamo pretendere di sapere dove hanno messo i soldi»? Appuntamento con l’attor comico toscano stasera alle 21 in «Bartali - il campione e l’eroe», atto primo della rassegna «Il teatro è per tutti» al Cassero.
 

Spieghiamo l’omaggio a Bartali?
«È una storia di consonanze toscane. L’ho scoperta conducendo lo speciale Il Giorno della Memoria per Rai 2. Quando ho cominciato a leggerne ho trovato legami con l’epopea defilata del fuoriclasse staffettista che ha salvato centinaia di ebrei. Fatti che nel monologo non mi permetto di raccontare con l’enfasi di chi si senta investito di una missione».
 

Dunque?
«In casa avevo un quadro di Elia Dalla Costa senza sapere che fosse il cardinale di Firenze che non ha mai voluto incontrare Hitler, autore di una storia segreta di Bartali in cui narra dei chilometri che percorreva tra Assisi, Firenze e Genova con i documenti «ariani» nascosti nella canna della bicicletta destinati agli ebrei».
 

Show che esprime amore più che comicità…
«Lo stesso per cui Israele ha insignito Dalla Costa e Bartali del riconoscimento di Giusti delle Nazioni».
 

La «faccia parodiata» di Renzi è la prima delle satire?
«Una delle prime, mi ci dedicai quando era sindaco di Firenze, prima di incrociarlo. Un personaggio coraggioso e vanitoso, perché se a 15 anni uno decide di fare l’arbitro dimostra la persona che è. Dopo l’incontro da Serena Dandini a «Parla con me» con il tormento che gli attribuii in «Benvenuti nel mio Ego» credo che sia addirittura cresciuto».
 

Che cos’altro gli consiglierebbe?
«Di decidere se farsi togliere i nei o tenerseli».
 

Ci racconti qualcosa che non rifarebbe.
«L’imitazione di Bob Dylan di due anni fa a Sanremo dove ero già dj residente con il «mio» D’Agostino. Tre ore prima di andare in scena ho dovuto riscrivere il pezzo. Solo fra qualche anno saprò raccontarlo».
 

Ma con la copia di Giletti andò benissimo.
«La compensazione c’è stata».
 

Crozza le piace?
«Sono un suo estimatore fosse anche solo per la mole di lavoro che coniuga quantità e qualità».
 

Simpatie particolari?
«Ce l’ho per i geni».
 

Benigni, lo «spiegone» che ha imitato a Quelli che il calcio lo è?
«Alla fine sì. Teatralmente mi piace più di tutti».
 

Che pensa dello stand-up italiano?
«Ne sono cultore, mi deciderò di farlo anch’io, infatti non ho mai fatto cabaret».
 

Si attribuisce un maestro?
«Giorgio Albertazzi, trascendentali le sue lezioni volterrane».
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