Ginevra Solaroli, 20 anni, ci racconta come sta affrontando queste settimane
Ginevra Solaroli, 20 anni, ci racconta come sta affrontando queste settimane

Imola (Bologna), 31 marzo 2020 - Si intitola ‘Pensieri di una ventenne in quarantena’ il contributo che ci ha inviato una giovane imolese, Ginevra Solaroli, per la rubrica del Carlino ‘Cronache da casa mia’. Un punto di vista interessante, quello appunto di una ragazza nata nel nuovo millennio, che racconta al nostro giornale come trascorre queste strane giornate tra ansie e inquietudini (le stesse degli adulti), ma anche sogni e speranze per il futuro. Del resto, chi più di una ventenne può essere fiduciosa e ottimista su quello che sarà dopo?

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Provo a girarmi sull’altro fianco ma del sonno ormai non c’è più traccia. "Bisogna restare svegli, operativi", questo è ciò che consigliano esperti e non, della situazione in cui ci troviamo costretti a vivere, ma il mio orologio biologico ha deciso di prendere un po’ troppo alla lettera queste istruzioni. Oggi per colazione latte di riso e cereali, pane e marmellata li ho già mangiati ieri, prima però scaldo il latte nel microonde perché adoro la pappetta che si crea quando i cereali iniziano a sciogliersi diventando mollicci. Mentre sorseggio lentamente il mio caffè nero per non provocarmi un’ustione di terzo grado, penso al fatto che la mia quarantena non puzza solo di chiuso, muffa e naftalina, profuma anche di abitudini, e non quelle abitudini che molto spesso mi fanno sentire in gabbia, parlo di abitudini che sanno di casa. E con casa non intendo certo queste mura, che al momento sfonderei volentieri, mi riferisco piuttosto a quel gesto, quel suono, quell’odore che ci fa sentire a nostro agio ovunque ci troviamo, un dettaglio che ci ricorda che siamo liberi, liberi di scegliere qualcosa di piccolo ma non insignificante, qualcosa di nostro che rimarrà tale finché non smetteremo di sceglierlo.

Ho imparato a rivalutare anche il mio carattere da sognatrice incallita, difetto piuttosto scomodo nelle occasioni sociali in cui mi ritrovo spesso a dover chiedere: "Scusa puoi ripetere?" a causa di frequenti momenti di stand-by involontario. Ma quando ti viene tolta la possibilità di farlo concretamente, viaggiare con la mente permette di oltrepassare qualsiasi porta chiusa, senza distanze di sicurezza o decreti legge a fermarti. Detto ciò, non nego quell’irrefrenabile desiderio di uscire nel mondo, di toccare, di parlare occhi negli occhi e non con una video chiamata, che a vent’anni mi sembra più che naturale sentire.

D’altronde, chi meglio di noi conosce l’arte di distruggersi il sabato sera per poi rinascere come fenici dai propri succhi gastrici, pronti a ribaltare le regole come calzini e a salpare per nuovi orizzonti, senza paura di affogare perché troppo presi a fantasticare su ciò che si cela al di là delle onde. Al telegiornale ho sentito che il nostro Paese non affrontava una crisi del genere dal secondo dopo guerra e ricordo che mia nonna mi disse che allora non avevano nulla, tutto era andato distrutto, rimaneva solo un mondo squattrinato da ricostruire con pazienza. Tuttavia, un sentimento collettivo di speranza inondava le strade, poiché non avendo più niente si poteva aspirare ad avere tutto, il futuro era roseo e nelle loro mani. Ora sorrido come un’ebete mentre penso che forse sarò ingenua, poco pragmatica e troppo fiduciosa nell’essere umano, ma spero in un mondo diverso dopo la pandemia, un mondo più saggio e solidale, un mondo che conosce il vero valore della libertà.