Sala slot
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Imola, 13 giugno 2015 - C'è qualcosa che accomuna ragazzini e anziani, uomini e donne, laureati e persone con titoli di studio di base, lavoratori e disoccupati. Un qualcosa che rischia di sfociare in una malattia, nella ludopatia: è il gioco d’azzardo. Questo è emerso dall’indagine anonima lanciata tre mesi fa dalla Caritas, in collaborazione con l’Unità dipendenze patologiche dell’Ausl e che oggi restituisce dati preoccupanti, soprattutto sul fronte minori. E a settembre, proprio per arginare il fenomeno, partirà una campagna di sensibilizzazione nelle scuole.

«Non possiamo parlare di un’indagine statisticamente rilevante – premette il direttore della Caritas Luca Gabbi –, ma sicuramente importante per pianificare le prossime azioni perché un passatempo dispendioso non si trasformi in una forma di dipendenza. La popolazione ha una bassa percezione di pericolo legata al gioco». Nel questionario distribuito venivano presi in considerazione i più disparati giochi: dal Lotto in tutte le sue formule al vecchio Totocalcio, dalle slot machine e videolottery alle scommesse sportive passando anche per i giochi online, i casinò, i gratta & vinci e i giochi di carte con puntate in denaro in palio. Su 25mila schede distribuite, nelle apposite urne sono rientrati 1.010 questionari. Ben 399 persone (39,5%) hanno ammesso di giocare d’azzardo, seppur con frequenze diverse. Altre 115 hanno ammesso che anche un altro componente della propria famiglia gioca, mentre ulteriori 415 intervistati hanno ammesso di avere giocatori tra le loro conoscenze. Insomma 929 persone su 1.010 sostengono di giocare in prima persona o di conoscere chi lo fa. E tra quelle 929 persone non ci sono differenze di genere o d’età (sono equamente distribuiti) tanto che «un numero superiore di minori rispetto a quello che attendevamo ha ammesso di giocare, soprattutto online – aggiunge Stefano Gardenghi dell’Ausl –. Noi seguiamo tre minori degli 85 utenti complessivi».

Chi gioca più di tre volte a settimana è il 10,8 per cento (43 persone): in 25 (6,3%) giocano più di 100 euro a settimana, in 75 (18,8%) si limitano a 10 euro ogni sette giorni. Perché? Secondo l’indagine, in cima alle motivazioni c’è il voler vincere denaro, seguito dal passarsi il tempo, soprattutto tra gli anziani e per sfidare la sorte. Infatti il 34,1 per cento dei giocatori pensa ci siano strategie per vincere, «nonostante vengano scelti per la maggior parte giochi senza componente d’abilità – continua Gardenghi –, che danno un risultato immediato ma che caricano d’adrenalina».

In cima alle preferenze svettano tutti i tipi di gratta & vinci (29,8%), seguiti dalle scommesse in agenzia (14,3%), dal lotto (13,5%) e dai giochi online (13,3%) scelti quasi esclusivamente dalla popolazione giovane. Le carte si fermano all’8,7% mentre le slot e il Totocalcio chiudono al 7%. «Giocare tre volte a settimana è ciò che rende un giocatore abituale ma potenzialmente patologico – spiega Gardenghi –. La patologia legata al gioco è più trasversale rispetto all’alcol ed è un luogo comunale pensare ci siano dei giochi da donna e altri da uomini. Noi siamo un servizio, purtroppo, d’attesa, a cui ci si rivolge quando si ha già un problema. Ecco perché occorre lavorare sulla sensibilizzazione e sulla psicoeducazione, andando nei luoghi d’aggregazione: centri sociali, bar, punti Snai». «Dovremo entrare nelle scuole superiori –aggiunge Gabbi – per sensibilizzare studenti, genitori e docenti, effettuando questionari mirati. Inoltre siamo pronti, sempre a settembre, al primo slotmob in esercizi commerciali privi di slot machine. Coinvolgeremo i medici di base e nelle scuole elementari potremmo far capire ai bambini dov’è il confine tra gioco e pericolo».