di Caterina Stamin A tutti i congressi a cui partecipa Ignazio Tasca, classe 1955, prende posto fra le ultime file. Lui, primario di Otorinolaringoiatria, ascolta dal fondo della sala, "senza sedersi mai, perché la vera sfida è la voglia di mettersi in discussione", confessa. E la sua storia ne spiega il perché. Siciliano di origine e di valori, amante del calcio, prima di raccontarsi tira fuori il cellulare e mostra un suo fotomontaggio con accanto l’attore Robert De Niro: "Potete chiamarmi il Robert De Niro di Imola – scherza –, sono uguale". Tasca, mentre ripercorre le pagine della sua vita, passa dalla risata alla serietà come se potesse cambiare maschera, con una concretezza che arriva dritta al punto. "Sono nato a Scicli – racconta – e mio padre era camionista: dalla provincia di Ragusa partiva per Milano, Genova o Venezia, tornando sempre a casa. Io, con in mano il diploma di liceo scientifico, lo accompagnavo d’estate, ma...

di Caterina Stamin

A tutti i congressi a cui partecipa Ignazio Tasca, classe 1955, prende posto fra le ultime file. Lui, primario di Otorinolaringoiatria, ascolta dal fondo della sala, "senza sedersi mai, perché la vera sfida è la voglia di mettersi in discussione", confessa.

E la sua storia ne spiega il perché. Siciliano di origine e di valori, amante del calcio, prima di raccontarsi tira fuori il cellulare e mostra un suo fotomontaggio con accanto l’attore Robert De Niro: "Potete chiamarmi il Robert De Niro di Imola – scherza –, sono uguale".

Tasca, mentre ripercorre le pagine della sua vita, passa dalla risata alla serietà come se potesse cambiare maschera, con una concretezza che arriva dritta al punto. "Sono nato a Scicli – racconta – e mio padre era camionista: dalla provincia di Ragusa partiva per Milano, Genova o Venezia, tornando sempre a casa. Io, con in mano il diploma di liceo scientifico, lo accompagnavo d’estate, ma nonostante mi mettessi alla guida mentre lui dormiva, non ha mai voluto che prendessi la patente. Voleva che studiassi".

A trasmettergli la passione per i filati, che gli sarà utile per la manualità da chirurgo, è stata sua madre, casalinga. "Mio fratello è scomparso quando avevo 6 anni – racconta con coraggio, senza abbassare lo sguardo –. Da lì, la scelta di diventare medico".

E così, valigia in una mano, eschimo verde nell’altra, Ignazio, un adolescente curioso e mosso da una passione profonda, arriva a Bologna e si iscrive nel ’74 alla Facoltà di Medicina e Chirurgia. Di quegli anni universitari non racconta le notti passate sui libri, ma le avventure al Collegio universitario di via Gandusio, che gli illuminano lo sguardo: "Avevo un monolocale, insieme a un altro studente. Ecco – fa segno con le mani –: lì c’erano i letti, lì la scrivania e lì, in fondo, un tavolino. Io dormivo su quel tavolino: avevo comprato un materasso che mettevo lì sopra e lasciavo il letto a mio padre, che passava le notti qui con me per recuperare il sonno, prima di rimettersi in viaggio. Ma all’amministratore del Collegio non andava bene: un giorno allora gli portai una cassa di melanzane per risolvere i nostri disguidi. Il prossimo 25 aprile faremo la cena di via Gandusio, con tutti gli studenti: ci sarà anche l’amministratore".

Mentre si racconta, Tasca ricorda tutti con nome e cognome, e con il sorriso di chi non ha rimpianti: "Durante l’Università ho lavorato come steward allo Stadio. Quando mi sono laureato, il Bologna è andato in serie B", ride. Nel frattempo, l’inizio della specialistica: "Ho iniziato come medico volontario a Castel San Pietro Terme e durante l’estate lavoravo alle terme per mantenermi. Una volta dovevano cambiare il tetto della residenza e chiesi a Padre Aurelio dove avrei dormito: sono stato sotto le stelle per una settimana".

Le nozze nell’85 e la prima assunzione nell’86: un momento di gioia, interrotto drasticamente nel ’97. Un anno che è rimasto come una cicatrice fra i suoi ricordi: prima la scomparsa di suo padre in agosto e poi, pochi mesi dopo, è stata la sua stessa salute a metterlo difronte a uno stop improvviso.

"Mi sentivo stanco e mia moglie mi ha accompagnato in pronto soccorso. Trasferiti a Bologna, le dissero che non sapevano se avrei superato la notte".

Ignazio non ha paura a chiamare la malattia per il suo nome: "Mi diagnosticarono una leucemia acuta promielocitica, o leucemia fulminante. Solo due giorni dopo era il mio compleanno e Giuliano, un infermiere che ancora è lì, mi venne incontro con un pezzo di torta in una mano e la prima flebo di chemioterapia nell’altra".

Oltre alla forza della sua storia, è lo sguardo di Ignazio Tasca a mettere i brividi: non distoglie gli occhi, con la forza di chi è abituato ad affrontare tutto di petto. Sulla sua scrivania la frase "trovate sempre il coraggio di parlare e la voglia di chiarire", non potrebbe essere più vera per la sua storia. "Nel corridoio di reumatologia, dove ero ricoverato, c’era questo quadro (fra i tanti appesi nel suo studio, mostra un fumetto, ben incorniciato, su uno sfondo rosso). L’ho fatto incorniciare con i colori del Bologna anche per Sinisa Mihajlovic, che era figlio di camionista: questo quadro racconta la storia di chi ce l’ha fatta".

Un anno dopo la peggiore delle sue partite si era risolta. Da lì, una carriera fatta di conferenze e corsi internazionali, ma anche di tanti ostacoli superati con orgoglio. "Il chirurgo non è altro che il meccanico del corpo umano – commenta –: per anni partivo da Castello per andare a Montepellier a fare dissezione sui cadaveri. Ora si può fare qui e dimostro che volere è potere".

"Credo che il mio più grande pregio sia la franchezza conclude Tasca –. Che è anche il mio più grande difetto. Ma la franchezza per me è onestà".