Imola, 11 marzo 2018 - Piena assoluzione. E’ questo il verdetto del tribunale di Bologna nei confronti di Michele Muccilli che era finito alla sbarra con le pesanti accuse di associazione a delinquere, reato che il collegio giudicante ha reputato non sussistere, e concorso in frode informatica dove l’ormai ex imputato ha incassato un’assoluzione per non aver commesso il fatto.

L’inchiesta in cui finì coinvolto Muccilli, a partire dal 2013, fece molto discutere in città, anche per la presenza tra gli accusati di un noto dipendente dell’Inps, Andrea Ventura, suocero di Muccilli, già condannato, in primo grado, a una pena di due anni e 8 mesi.

L’indagine, all’epoca dei fatti, fu portata avanti dalle Fiamme gialle imolesi e dalla Mobile della questura di Bologna che smascherarono il dipendente infedele dell’Inps che, abusando – secondo l’accusa – della propria funzione di addetto al pagamento delle pensioni, con la complicità di altre persone, si sarebbe indebitamente appropriato di ratei di pensione non riscossi dai familiari di persone morte per circa 400.000 euro.

Sotto la lente finirono anche la moglie di Ventura, Isabella Berti Ceroni, condannata a un anno e 2 mesi, e Gianfranco Sbaraccani che ha subito la stessa pena. In pratica, Ventura e complici, avrebbero dirottato su nove conti correnti le somme residue da corrispondere agli eredi degli anziani deceduti. Tra i titolari di questi conti c’era anche Muccilli che, assistito dall’avvocato Enrico Caliendo, è riuscito invece a dimostrare la sua estraneità ai fatti.

Muccilli, in pratica, avendo la massima fiducia del suocero, gli permise di versare sui suoi conti – uno in Italia e uno all’estero – alcune somme di denaro convinto, come gli aveva detto il parente, che si trattasse, come spiega il suo legale, «di fondi di un’eredità che Ventura doveva incassare». «Muccilli – chiarise Caliendo – lavora da anni nel settore della ristorazione all’estero e non aveva certo il tempo di stare a monitorare ogni giorno, con l’home banking che possedeva, i movimenti all’interno del conto. Stimava e rispettava il suocero, a tal punto da consentirgli di utilizzare i suoi conti. Certamente mai avrebbe immaginato che la provenienza di quei soldi fosse illecita». Una tesi che ha convinto i giudici.

«Sono davvero orgoglioso di questa sentenza – conclude l’avvocato Caliendo –. Questo, per motivi familiari, sarà uno dei miei ultimi casi. Sono contento quindi di chiudere ‘in bellezza’ avendo reso un giusto servizio a una persona meritevole e onesta che ora può tornare a condurre la sua vita con serenità».