Maurizio Baglini è da sempre impegnato in un’opera di divulgazione della musica classica che superi barriere e pregiudizi da parte dei neofiti

Imola, 23 febbraio 2018 - Non aspettatevi l’ormai consueta performance musicale con una serie di video a fare da accompagnamento. Il concerto di stasera (Teatro Stignani, ore 21, per Emilia Romagna Festival), posto sotto il titolo ‘Musica da vedere’, con una preziosa scaletta composta dal ‘Carnaval’ di Robert Schumann e dai ‘Quadri di un’esposizione’ di Modest P. Musorgskij, consegnerà al pubblico emozioni ben più elaborate. Le spiega il 42enne pianista Maurizio Baglini, diplomato nel 1999 all’Accademia Pianistica imolese del maestro Franco Scala, con l’integrale di Schumann (è in uscita un cd dedicato a lui) e di Musorgskij in un curriculum zeppo di recital e incisioni, protagonista della serata insieme a Giuseppe Andrea L’Abbate e alle sue sperimentazioni multimediali. «Il progetto ‘Web Piano’, a cui ho iniziato a lavorare una decina d’anni fa, «nasce dall’intento di rendere accessibile il linguaggio universale della musica classica anche a chi ne ignora l’esistenza, dato che da noi si può fare la maturità senza sapere chi era Verdi».

Come si realizza questo obiettivo?

«L’Abbate ha creato un algoritmo capace di dar vita a un insieme di immagini in movimento, pronte a variare di continuo secondo l’andamento della musica, rallentano quando il piano rallenta, accelerano quando accelera».

Può fare qualche esempio?

«Nel ‘Carnaval’ c’è Pierrot, con l’eterna lacrima sul viso. Oggi sarebbe il lavavetri che si avvicina lamentosamente alla macchina per avere qualche soldo, la sua scena si chiude con uno sforzato violento, uno schiaffo, come a dire ci hai scocciato con quel piagnucolio, e intanto appare un grosso suv che lo schiaccia. In Musorgkij, l’arrivo del carro dei contadini poveri polacchi, come l’autore l’aveva visto dipinto da Hartmann, evoca il dramma delle migrazioni, diventa un barcone che affonda».

Nelle sue parole c’è un forte impegno civile...

«Descrivo fenomeni reali e dimostro che questa musica è cosmicamente contemporanea. D’altra parte l’interprete ha due modi di operare, o non prendere posizione o ricollocare l’opera rendendola più vicina al pubblico».

Lei è famoso nel mondo anche per un altro progetto, ‘Inno alla gioia’, con cui ha portato nei maggiori teatri la ‘Nona’ di Beethoven nella trascrizione romantica per pianoforte di Franz Liszt. C’è un legame con la musica da vedere?

«Anche la trascrizione ricolloca, rielabora in qualche modo la partitura da cui prende le mosse. La musica si chiama classica perché è stata classificata come importante. In un mondo dominato dalla tv che la ignora e fa solo mercificazione, dobbiamo smetterla di pensare ai grandi geni musicali come figure vecchie e superate. Io cerco di semplificare i loro contenuti per chi ascolta magari per la prima volta, soprattutto i giovani. Purtroppo oggi si confonde semplificare con banalizzare».

Info www.erfestival.com