L'immane tragedia della Prima Guerra Mondiale
L'immane tragedia della Prima Guerra Mondiale

Macerata, 12 febbraio 2019 - Se sul posto fosse stato convocato anche un docente di Storia probabilmente sarebbero stati guai seri. L’interrogatorio sarebbe finito in modo drammatico. Non per i carabinieri del Nucleo Radiomobile di Macerata, ma per la ragazza che ha definito le vittime della Brigata Etna «quattro sfigati morti in guerra».

Una coda verbale aggiunta alla «confessione» del proprio indirizzo di casa: Via 223esimo Fanteria, un reparto, appunto della Brigata Etna che combattè nel primo conflitto mondiale. Sarebbero probabilmente bastate un paio di domande per appurare che la ragazzotta, sorpresa sul luogo di una rissa e non disturbata durante un momento di relax, sulla Brigata Etna non sarebbe andata oltre la conoscenza del proprio indirizzo di casa. Solo ipotesi, per carità. Ma al di là della conoscenza storica sull’impiego dell’Etna nella Grande guerra i carabinieri hanno fatto i carabinieri.

E così hanno denunciato la ragazza per «oltraggio ai defunti», con sanzione prevista di 103 euro. Militari troppo severi? A occhio e croce il maresciallo che ha applicato la legge l’ha fatto per dare una lezione alla giovane, la quale forse per risentimento verso la richiesta dei documenti ha voluto sbeffeggiare chi le stava davanti tirando in ballo i fanti della Brigata Etna. Che, poveretti, non c’entrano nulla.

I carabinieri sanno fare di tutto. Si occupano della sicurezza collettiva, confessano come i preti, mediano le liti, ascoltano pazienti gli sfoghi, rassicurano madri e figli quando ce n’è bisogno. Stavolta hanno indossato i panni dei maestri, come a scuola, e hanno punito una studentessa impertinente. Che forse non pagherà la multa se trova un avvocato scaltro, ma intanto ha ricevuto una tirata d’orecchie. Prima o poi l’insegnamento dell’Educazione civica tornerà nelle classi (progetto sostenuto dal nostro gruppo editoriale), ma quando è ora, come in questo caso, uno schiaffo fuori ordinanza è istruttivo. Si può anche non essere d’accordo sulle scelte di un Paese che attraversano la Storia, ma agli uomini che, costretti o per volontà, hanno lasciato la vita in guerra va portato rispetto. Sono i nostri nonni e i nostri padri. E allora diamo una mano alla ragazza, rimandata a ottobre in Storia patria.

Le ricordiamo la storia della Brigata Etna, decorata con medaglia d’argento, che ogni giorno l’aspetta all’imbocco della via di casa. «Non furono quattro sfigati», ma ragazzi della sua stessa età che fra il 1915 e il 1917, ebbero la vita spezzata a vent’anni o poco più tra i contrafforti della Carnia, l’inferno di Caporetto, Castagnevizza di Gorizia e le sponde dell’Isonzo. Alla fine del conflitto furono 3.200 morti.

Le motivazioni della medaglia parlando di sangue, eroismo, «radiose giornate di battaglia». Frasi che ad alcuni possono sembrare retoriche e prive di fascino. Molti altri la pensano al contrario. La giornata del ricordo ha appena reso omaggio alle vittime delle foibe, stavolta con una presa di posizione coraggiosa e netta del presidente Sergio Mattarella: «Non si trattò, come qualche negazionista ha insinuato, di una ritorsione contro i torti del fascismo. Tra le vittime italiane di un odio intollerabile, che era insieme ideologico, etnico e sociale, vi furono molte persone che nulla avevano a che fare con i fascisti».

Un’altra lezione, pacata, non gridata, segnata dall’invito al rispetto, se non alla condivisione. Come quella dei carabinieri di Macerata.