Germano Santoni, 45 anni, vive a Civitanova (foto Federico De Marco)
Germano Santoni, 45 anni, vive a Civitanova (foto Federico De Marco)

Macerata, 20 novembre 2019 - Una iniezione in ospedale a 19 anni lo ha infettato con il virus dell’Hiv. E 26 anni dopo, cieco, semiparalizzato, con una vita andata in pezzi, deve ancora combattere in tribunale per avere il risarcimento che gli spetta, «che non mi ridarà mai quello che ho perso, ma almeno mi consentirà una vita più dignitosa dopo tante sofferenze fisiche, morali e umane». È la storia di Germano Santoni, 45enne originario di Camerino e oggi residente a Civitanova, dopo che la sua casa è stata danneggiata dal terremoto. 

In primo grado e poi in appello gli è stato riconosciuto un risarcimento di oltre un milione e 600mila euro, ma anche se la sentenza è definitiva il ministero della Salute ancora non paga. E così lui ha dovuto fare l’ennesimo ricorso, al Tar, per riuscire a ottenere quello che gli spetta. La vita di Santoni è cambiata nell’agosto del 1993, quando dopo un incidente fu ricoverato all’ospedale di Civitanova. Gli fecero una iniezione con emoderivati, l’antitetanica. Dopo un anno, il dottor Carlo Giuliani dell’ospedale di Macerata gli diagnosticò il virus dell’Hiv. Santoni faceva sport, aveva finito l’istituto commerciale e stava per iscriversi alla facoltà di Economia e commercio: quella diagnosi travolse tutto. Nessuna prospettiva di avere una famiglia, dei figli, una vita normale. Arrivarono invece l’isolamento per la paura del virus, e una serie di conseguenze fisiche devastanti: dal 2001 l’Aids è conclamata, complicata da toxoplasmosi cerebrale, cecità totale, emiparesi della parte sinistra del corpo, epilessia e ulteriori complicazioni ancora in atto. Inoltre dopo il terremoto ha dovuto lasciare la sua casa a Camerino e trovarne un’altra a Civitanova, da dove ogni giorno con un autista raggiunge Macerata per lavorare come centralinista all’ufficio del giudice di pace. 

Le spese mediche e per l’assistenza che gli è necessaria sono ingenti e continue, e ha dovuto aggiungerci quelle legali per riuscire a vedersi riconosciuto il risarcimento che gli spetta. «Mi sono dovuto indebitare pesantemente – conferma lui – per una battaglia iniziata nel 1994 e non ancora conclusa. Ho fatto istanze, richieste, ricorsi. Prima il ministero della Salute negava che ci fosse il nesso causale, la prova che il contagio fosse stato determinato dall’antitetanica. Ho dovuto fare causa e pagare le perizie per dimostrare che era così».

Sia in primo grado, nel 2009 a Camerino, che in appello, ad Ancona nel 2018, i giudici gli hanno dato ragione, e con una sentenza ormai definitiva hanno condannato il ministero della Salute a pagare un milione e 600mila euro più gli interessi dal 2001. Ma malgrado i solleciti e le diffide, Santoni finora non ha ricevuto neppure un acconto. Per questo si è dovuto rivolgere al Tar, per il giudizio di ottemperanza. Anche in sede amministrativa i giudici gli hanno dato ragione, e il ministero ora ha 30 giorni per saldare il conto, altrimenti entrerà in campo il commissario ad acta nominato per l’esecuzione della sentenza. «I soldi non mi daranno mai quello che ho perso. Ma dopo sofferenze indicibili, cattiverie, vessazioni, sarebbero almeno il modo per avere una vita più dignitosa, cure migliori. Ho vissuto una condizione penosa, soprattutto negli anni ’90, e anche ora la gente mi vede come il povero cieco, zoppo, solo. Vivo un disagio umano profondo, ho diritto ad avere quello che mi spetta».