L’infermiera sangiustese Silvia Mazzante, 39 anni (al centro)
L’infermiera sangiustese Silvia Mazzante, 39 anni (al centro)

Macerata, 29 marzo 2020 - "In quasi quarant’anni di vita mia sorella non ha mai pianto. Ma quando l’ho chiamata e le ho detto ‘Mi sono svegliata’ è scoppiata in lacrime. Per giorni ho pensato che sarei morta. A darmi il coraggio e l’amore, qui, sono stati i miei colleghi, che mi sono stati sempre accanto. Chi passava e mi toccava un piede, chi mi dava un pizzicotto, solo per farmi sentire che non ero sola. Qui ho avuto una seconda famiglia, che ha fatto il tifo per me. Ai pazienti dico che non devono temere, perché non possiamo avere accanto i nostri familiari ma abbiamo questi professionisti straordinari. Hanno un coraggio fuori dal comune, continuano a lavorare sapendo che sono i primi che possono ammalarsi. Non vedo l’ora di tornare a combattere al loro fianco". Silvia Mazzante, di Monte San Giusto, ha 39 anni. Dal suo letto d’ospedale a Civitanova, dove lavora al pronto soccorso come infermiera, racconta a fatica, con la mascherina d’ossigeno, cosa significa trovarsi faccia a faccia con il virus.

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Quali sono state le sue prime parole appena si è risvegliata?
"Ho chiesto che giorno era, ho chiesto l’ora. Il secondo atto è stato un sorriso alle mie due carissime colleghe, Ida e Erica. Ho provato subito a togliermi il sondino e mi hanno fermata. Allora ho scherzato e ho detto ‘provateci voi, a stare con questi aggeggi addosso’. E tutte abbiamo riso. Ma la vera vittoria è stata solo quando mi hanno tolto il casco per respirare, dall’estubazione ho vissuto in un limbo per due o tre giorni".

E il suo pensiero quando sentiva che poteva non farcela?
"Ho pensato ai familiari e agli amici, a quanto a volte li ho trascurati. E poi mi veniva in mente mia nonna, classe 1918, nata prematura e messa in una scatola di scarpe, non l’avevano nemmeno registrata all’anagrafe, perché pensavano che non ce l’avrebbe fatta. E invece è vissuta fino a 92 anni, attraversando la guerra e tutto il resto. Ho pensato alla forza dei nostri nonni, mi ha dato coraggio".

Com’è cominciato l’incubo?
"Sentivo una grandissima stanchezza. Pensavo fosse per il carico di lavoro. Al terzo giorno di febbre alta ho chiamato il 118. Avevo il respiro corto, sentivo le gambe cedere. Quando sono arrivata al pronto soccorso, ho capito guardando le facce dei miei colleghi in che stato ero. Non è vero che il virus attacca solo persone con patologie, io dal 2009 non ho mai preso un giorno di malattia. Mi hanno messo in assistenza respiratoria con il c-pap, poi mi è stato messo il casco per respirare, ma a un certo punto ho capito che non ce l’avrei fatta e dovevano intubarmi. Oggi sono qui a raccontarlo. È lunga la lista dei ringraziamenti, ma tra questi ci sono Serenella Tartari De Carolis, Lucilla Pascolini, Daniela Corsi, il dottor Yuri Rosati, il sindaco Andrea Gentili e Romina Tortolini, una cara amica di mia sorella che sta all’opposizione. Ogni scontro si è annullato, è come se la comunità di Monte San Giusto si fosse riunita".

Cosa farà appena guarita?
"Tornerò a lavorare. Ce n’è tanto bisogno. Ho provato una grande rabbia quando stavo male, mi dicevo che non è da questa parte, quella del malato, che devo stare, ma al fianco dei miei colleghi".