di Franco Veroli Alessandro Chiodera, direttore di malattie infettive dell’ospedale di Macerata, è stato fin dall’inizio in trincea nella lotta contro il Covid-19. L’8 marzo del 2020, è stato chiamato a dirigere la terapia semi-intensiva dell’ospedale di Camerino, trasformato in 12 ore in centro Covid, poi a coordinare le attività nella palazzina Covid di Macerata, punto di osservazione importante per capire come stanno andando le cose in questa seconda ondata. Dottor Chiodera, quanti sono i malati Covid passati per la palazzina di ex malattie infettive di Macerata? "Dal 23 ottobre a oggi, compresi gli attuali 43 ricoverati, sono stati 260: 217 sono stati dimessi mentre trenta sono deceduti". Il Covid colpisce a tutte le età. Quale il paziente più anziano e quale quello più giovane? "Il più anziano è stato un uomo di 99 anni, deceduto. Quanto al più giovane, abbiamo avuto una ragazza di 15 anni, ma nel post ricovero di una appendicite,...

di Franco Veroli

Alessandro Chiodera, direttore di malattie infettive dell’ospedale di Macerata, è stato fin dall’inizio in trincea nella lotta contro il Covid-19. L’8 marzo del 2020, è stato chiamato a dirigere la terapia semi-intensiva dell’ospedale di Camerino, trasformato in 12 ore in centro Covid, poi a coordinare le attività nella palazzina Covid di Macerata, punto di osservazione importante per capire come stanno andando le cose in questa seconda ondata.

Dottor Chiodera, quanti sono i malati Covid passati per la palazzina di ex malattie infettive di Macerata?

"Dal 23 ottobre a oggi, compresi gli attuali 43 ricoverati, sono stati 260: 217 sono stati dimessi mentre trenta sono deceduti". Il Covid colpisce a tutte le età. Quale il paziente più anziano e quale quello più giovane?

"Il più anziano è stato un uomo di 99 anni, deceduto. Quanto al più giovane, abbiamo avuto una ragazza di 15 anni, ma nel post ricovero di una appendicite, senza problemi, che è stata poi dimessa. Se invece ci riferiamo al più giovane ricoverato per polmonite da Covid-19, con delle patologie concomitanti, abbiano anche avuto un 25enne". Com’è attualmente la situazione?

"Siamo sempre al 100% dell’occupazione dei nostri 43 letti, come fino dai primi di novembre. L’illusione che ci fu nella settimana prima di Natale, quando avevamo quattro o cinque letti liberi, è durata poco: dal 27 e 28 dicembre siamo tornati come prima. Tra l’altro, anche al pronto soccorso dell’ospedale hanno dovuto riaprire i container esterni che prima avevano chiuso. La pressione è aumentata". Oggi le cure funzionano meglio?

"Non abbiamo farmaci sicuramente efficaci e risolutivi. A marzo e aprile si pensava che la idrossiclorochina facesse molto bene, ma gli studi controllati che sono stati pubblicati in seguito lo hanno smentito categoricamente. Lo stesso per la azitromicina. Sembrava che il Tocilizumab fosse importante, ma ancora adesso i dati sono contraddittori. Lo stesso dicasi per il plasma immune di convalescente. Quello che abbiamo in più rispetto a prima è il Remdesivir, che il nostro ministero ci consente di usare secondo un protocollo nazionale, con richiesta paziente per paziente. Questo farmaco migliora la prognosi soltanto se iniziato nei primi giorni dall’esordio della malattia e se il paziente non è già a uno stadio avanzato di polmonite: lo stiamo usando il più possibile. La base della terapia restano ossigeno, cortisonici ed eparina (in profilassi o in terapia)". Però ci sono stati passi in avanti nell’approccio terapeutico, non è vero?

"Il progresso fondamentale che abbiamo fatto è stato quello di capire meglio la tempistica degli interventi farmacologici, ossigeno compreso. All’inizio si tenevano a casa i malati il più possibile, ora si ricoverano più precocemente e spesso si somministrano i farmaci che ho citato già a domicilio. A ciò si aggiungano anche i progressi fatti dalle terapie intensive e poi semintensive nella conoscenza e nella gestione delle forme gravi". Quali sono le maggiori difficoltà quotidiane?

"L’organizzazione che ci siamo dati nell’Area Vasta 3 funziona bene, e quando un paziente si aggrava riusciamo a trasferirlo in un reparto più idoneo, poiché noi ricoveriamo quelli meno gravi. Certo, non è facile stare dietro all’elevato ricambio dei pazienti per fare posto ai nuovi arrivi, cercando di dimettere (a casa o in strutture di lungodegenza) i pazienti dimissibili. Tra curare i degenti, trovare una sistemazione a chi può essere dimesso, fare le dimissioni e inquadrare i nuovi ingressi, le cose da fare sono tante, anche sul piano burocratico. Poi è difficile mantenere informati i parenti dei ricoverati, che giustamente si lamentano delle difficoltà nel comunicare con noi, legate al telefono su cui tutto converge e al fatto che i medici spesso non hanno il tempo materiale da dedicare ai colloqui. Difficile curare al meglio pazienti quasi tutti anziani che, oltre alla polmonite, hanno tante patologie concomitanti, offrendo loro le indagini strumentali e le consulenze necessarie, malgrado limitazioni, difficoltà portate dal Covid". Dietro l’angolo c’è la terza ondata?

"Per avere la terza ondata dovrebbe essere finita la seconda, ma così non è: è in corso un peggioramento della seconda ondata. Oltre che un aumento delle infezioni totali, e quindi dei ricoveri, spaventano la ripresa della circolazione del virus nei pazienti dei reparti non Covid e l’aumento dei contagi in tutte le categorie degli operatori dei reparti non Covid, così come le continue notizie di focolai nelle case di riposo: dei 30 pazienti deceduti da noi, solo uno aveva meno di 80 anni. Prevedo che andremo avanti così, come ora, ma forse anche un po’ peggio, chissà per quanto tempo. C’è la vaccinazione: per ora è la sola via di uscita che intravediamo".