Dal Sestriere a Lampedusa, dal festival del cinema di Venezia agli scontri con i black bloc a Genova: sono un romanzo i trent’anni di carriera del primo dirigente della polizia di Stato, Andrea Innocenzi. "L’attività di ordine pubblico – racconta lui – si impara dal marciapiede. Basta un gesto sbagliato per fare poi precipitare una situazione". Dopo il primo incarico a Moena, è tornato nel 1993 a Macerata a dirigere l’ufficio stranieri. Quali erano i problemi all’epoca? "Sono stato il primo a chiudere night e laboratori cinesi per le irregolarità amministrative. Erano gli anni degli sbarchi di albanesi: nel 1997, la nostra provincia ne accolse oltre seicento, più di tutta l’Emilia Romagna". Quando è arrivato ai grandi eventi? "Alla fine degli anni Novanta. Poi, nel 2001, mi chiesero se volevo andare al G8 nel mese di luglio, a Genova, e da lì, poi, mi hanno sempre richiamato". Dopo il G8, molti sono stati processati per le violenze, lei non è stato neppure sfiorato da un’accusa. Cosa ricorda? "La pandemia mi ha ricordato Genova in quei giorni: una città deserta. La gente era stata invitata ad andarsene o a rimanere in casa, i negozi erano sprangati. Era surreale, in giro...

Dal Sestriere a Lampedusa, dal festival del cinema di Venezia agli scontri con i black bloc a Genova: sono un romanzo i trent’anni di carriera del primo dirigente della polizia di Stato, Andrea Innocenzi. "L’attività di ordine pubblico – racconta lui – si impara dal marciapiede. Basta un gesto sbagliato per fare poi precipitare una situazione".

Dopo il primo incarico a Moena, è tornato nel 1993 a Macerata a dirigere l’ufficio stranieri. Quali erano i problemi all’epoca?

"Sono stato il primo a chiudere night e laboratori cinesi per le irregolarità amministrative. Erano gli anni degli sbarchi di albanesi: nel 1997, la nostra provincia ne accolse oltre seicento, più di tutta l’Emilia Romagna".

Quando è arrivato ai grandi eventi?

"Alla fine degli anni Novanta. Poi, nel 2001, mi chiesero se volevo andare al G8 nel mese di luglio, a Genova, e da lì, poi, mi hanno sempre richiamato".

Dopo il G8, molti sono stati processati per le violenze, lei non è stato neppure sfiorato da un’accusa. Cosa ricorda?

"La pandemia mi ha ricordato Genova in quei giorni: una città deserta. La gente era stata invitata ad andarsene o a rimanere in casa, i negozi erano sprangati. Era surreale, in giro c’eravamo solo noi e i black bloc. Il sabato all’aeroporto abbiamo visto arrivare i capi di stato, pure Bush con l’Air Force One. Per scortarlo in mezzo agli antagonisti, per la prima volta ho usato i mezzi con i cancelli. Due giorni prima, era stato ucciso Carlo Giuliani, la tensione era altissima, fu un percorso di guerra".

A Genova è tornato nell’autunno del 2010, come dirigente del quarto reparto Mobile, con 300 uomini. Cosa accadde lì?

"Il primo giorno a Genova ci fu l’alluvione. Arrivai in divisa, e dopo cinque minuti infilai subito gli stivali: c’era da tirare fuori i bambini dalle scuole, la gente bloccata, in caserma avevamo circa un mezzo metro d’acqua".

La domenica dopo ci fu la partita Italia-Serba, finita con l’arresto di Ivan Bogdanov. Come andò?

"Il mio contingente doveva solo sorvegliare gli ingressi dello stadio. La partita iniziò, ma i serbi erano riusciti a portare dentro fumogeni e petardi: non erano tifosi, erano guerriglieri, il loro obiettivo era di fare perdere la partita alla Serbia per motivi politici, e ci riuscirono. Mentre ero fuori da Marassi, mi chiamò il questore Piritore, che avevo conosciuto a Macerata, e mi disse di correre, perché i serbi stavano per entrare in campo. In un minuto mettemmo caschi e scudi: ricordo ancora il bagliore dei flash di tutto lo stadio al nostro arrivo. Ci mettemmo sotto alla zona dove Bogdanov aveva tagliato la rete. Continuavano a lanciare petardi, a sputarci. La partita fu sospesa, il problema era garantire la sicurezza dei calciatori. Fuori dallo stadio, gli ultras genovesi aspettavano i serbi. Fui costretto a tenere tutti al loro posto per ore, e la maggior parte del pubblico erano famiglie, persone normali. Arrivò anche la console serba, ma si rese conto che la situazione era critica. Piano piano, abbiamo fatto uscire il pubblico, a mezzanotte abbiamo caricato i tifosi e alle 5 di mattina li abbiamo messi sui pullman, controllando quelli da fermare. Per ultimo, andammo nel pullman dove i ragazzi avevano visto salire Bogdanov. Facemmo scendere tutti, ma lui non c’era. Cercammo ovunque, più volte, panico totale: non era da nessuna parte. Nel bus c’era una guida di moquette, a un certo punto aveva una specie di riquadro, e sotto una botola. Era buio, si vedeva solo un qualcosa di bianco. Calammo giù uno dei ragazzi, tenendolo per le gambe: trovammo il serbo che era avvolto in uno striscione".

A giugno del 2011 ci furono i disordini nella valle di Susa.

"I no-Tav avevano occupato l’area del cantiere. Per arrivare lì, tagliammo il guardrail dall’autostrada e salimmo lungo una scarpata, mentre loro da sopra ci tiravano di tutto. Durante la salita, ci furono molti agenti feriti. Ma una volta arrivati la musica cambiò. Usammo 40mila lacrimogeni per lo sgombero". Come si mantiene la calma in contesti di violenza così esasperata?

"Stare davanti a persone che sputano e insultano è pesante. In alcuni casi non ho fatto quello che mi era chiesto, se capivo che non era il caso di intervenire. Ho fatto anche azioni non concordate, ma è andata bene. Ho tenuto sempre un principio: garantire la sicurezza di tutti i partecipanti, ma ci vuole tanta attenzione. Di cortei se ne fanno mille, ma non ci sono regole e se succede qualcosa, non puoi chiamare nessuno mentre sei con il casco in strada tra i lacrimogeni. A una festa della Lube ci fu una tromba d’aria e 3mila persone scapparono, mentre tutto volava via. A un pellegrinaggio a Loreto stavamo per sparare a un automobilista che arrivava verso il corteo, ma era solo un ubriaco. L’imprevisto può esserci in ogni occasione". Ci sono stati anche appuntamenti mondani.

"Le olimpiadi invernali a Torino nel 2006, per le quali l’Fbi mi inviò una stelletta come riconoscimento. Un’esperienza unica, in un clima speciale. Poi Sanremo, l’anno di Morandi e della farfallina di Belen. C’è tensione pure lì, perché se qualcosa va male, lo vedono in tutto il mondo. Chiudere tutto è facile, ma bisogna pensare anche a chi deve fare la spesa o portare a scuola i figli".

Intervenne con il terremoto? "La sera del 26 settembre 2016 erano saltati i collegamenti con l’entroterra e sono andato prima a Visso e poi a Castelsantangelo, a vedere cosa fosse successo. Poi anche a Ussita, per tirar fuori gli anziani dal Crystal".

L’ultimo incarico?

"Con il Covid il questore Pignataro, che ringrazio, mi ha affidato il coordinamento delle operazioni di controllo in provincia. Ho percorso 12mila chilometri in poche settimane e lavorato con tutte le forze dell’ordine, con 118, Protezione civile, Croce Rossa, le polizie locali: ho trovato grande collaborazione. Fare squadra è fondamentale". Ora cosa farà?

"Ancora non lo so. Ma la sicurezza è un tema sempre più importante, così spero di potere ancora valorizzare quello che ho imparato in questi trenta anni".