Lodovico Scarfiotti festeggia dopo una gara
Lodovico Scarfiotti festeggia dopo una gara

Macerata, 8 settembre 2019 - Il 4 settembre 1966 Lodovico Scarfiotti vinse il Gran Premio d’Italia. Fu quello il terzo ed ultimo successo di un pilota italiano nella corsa di casa al volante di una Ferrari dopo quelli conquistati da Alberto Ascari nel 1951 e nel 1952. Risale a 53 anni fa una vittoria totalmente Made in Italy. Un record che resiste e che sottolinea anche la bravura di questo pilota morto nel 1968 a Rossfeld in Germania, allora Scarfiotti era al volante di una Porsche 910 e stava effettuando le prove del Premio delle Alpi. È protagonista assoluto ai campionati europei della montagna con la macchina di Maranello facendo segnalare tempi da record. Il figlio Luigi parla del padre (che si era trasferito a Potenza Picena da Torino) quando Monza ospita il Gran Premio d’Italia, ma il nome di Lodovico Scarfiotti è legato alle tante gare che si correvano in quegli anni.

E allora il suo nome figura nell’albo d’oro della 24 Ore di Le Mans, in quello della 12 Ore di Sebring, la 1000 km del Nürburgring. Già da questo aspetto salta agli occhi quanto Scarfiotti amasse correre e lo si poteva vedere protagonista in tante differenti gare. Era di famiglia benestante Lodovico, con il nonno tra i padri fondatori della Fiat e primo presidente della casa automobilistica. Un pilota straordinario diventato ora un mito per chi lo ha visto correre, sfrecciare anche sulle nostre strade, per gli appassionati, per chi ha conosciuto la sua storia vedendo vecchie immagini o leggendo libri, uno degli ultimi è di Paola Rivolta dal titolo «Scarfiotti. Dalla Fiat a Rossfeld» per la Liberilibri.

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​"Mi colpisce e anche mi dispiace che dopo mio padre nessun pilota italiano abbia vinto il Gran Premio d’Italia guidando una Ferrari». Luigi Scarfiotti ricorda l’impresa del padre Lodovico che il 4 settembre 1966 tagliò per primo il traguardo e oggi si correrà un altro Gran Premio nel circuito brianzolo.

C'è stato un italiano che ha sfiorato la vittoria a Monza su una Ferrari?

«Sì, Michele Alboreto nel 1984».

Come avrebbe reagito se Alboreto se avesse vinto?

«Bene, in quel periodo avevo anche istituito a tal proposito un premio. Poi non l’ho fatto più».

C'è un pilota che le ricorda suo padre nello stile di guida?

«I tempi sono imparagonabili. Allora le gare più importanti non erano quelle di Formula Uno ma Le Mans, Nurburgring. Mio padre partecipava a ogni tipo di corsa, così lo si trovava al via a quelle in salita o a Le Mans, che ha anche vinto».

Come spiega che quel record resiste dal 1966? 

«In parte per casualità e in parte dimostra come l’automobilismo produca meno piloti in Italia. Forse la causa è il poco interesse dei giovani e il minor numero di gare rispetto al passato».

Quanti anni aveva quando morì suo padre nel 1968?

«Nove anni».

Non è mai stato tentato di seguire le sue orme?

«Non tanto, varie vicende familiari ci hanno allontanato. Mia madre non ha incoraggiato né me né mio fratello». 

Cosa ricorda di lui?

«I miei erano separati. Quando non era in giro per il mondo era molto disponibile verso di noi, ci faceva fare tante cose divertenti. Ecco, il tempo che ci dedicava era di qualità».

Invece qual è il suo ritratto fatto dagloi amici con i quali ha potuto parlare?

«Quello di una persona a suo agio con chiunque e con la capacità di mettere gli altri a loro agio. Era molto gentile, i suoi amici (che ora sono i miei) mi dicono che era di buon umore, molto cortese verso tutti. Ho conosciuto i suoi meccanici alla Ferrari, così ho saputo che mio padre non si lamentava mai di niente».

Diceva che è difficile fare paragoni perché i tempi sono differenti, qual è un altro segnale di questa diversità? 

«Da Maranello prendevano l’autostrada per provare le auto, così capitava che gli automobilisti vedessero sfrecciare dei missili».

Suo padre morì nel 1968: resiste il suo ricordo negl appassionati?

«Ho partecipato a diverse manifestazioni e la gente sa di chi si parla. Poi abbiamo organizzato il Memorial Lodovico Scarfiotti portando auto di F1 sul lungomare di Porto Potenza, è stato pubblicato di recente il libro «Scarfiotti. Dalla Fiat a Rossfeld» di Paola Rivolta per la Liberilibri».

Le capita di rivedere le immagini delle corse di allora? 

«Sì, ogni tanto. È chiaro che emerge una realtà differente, per certi versi fa tenerezza vedere quelle auto a velocità così elevate ma quei freni oggi sarebbero montati su una bicicletta. Pochissimi piloti di quei tempi sono ancora vivi».

Sono morti tanti piloti in gara o nelle prove, ma non provavano paura parlando con i protagonisti di allora e con chi era loro vicino? 

«Non pensavano che potesse toccare a loro. Ho parlato di questo argomento con alcuni piloti e i loro familiari, e mi hanno detto che avrebbero smesso qualora quel pensiero li avesse sfiorati».