Controlli della polizia (foto di repertorio)
Controlli della polizia (foto di repertorio)

Porto Recanati (Macerata), 30 gennaio 2017 – Inerpicarsi fino al sedicesimo piano è come sfidare le leggi della gravità e neanche gli ascensori – sei, tutti a terra, guasti, montacarichi compreso – vogliono più farlo. È un rosario di rampe, scalini, finestre sfasciate e pianerottoli con la moquette grigio topo di cinquant’anni fa che taglia il fiato in gola. Ma qui, sulla groppa dell’Hotel House di Porto Recanati, provincia di Macerata, 480 appartamenti impilati come scatole su tre ali, più di duemila residenti, quasi tutti stranieri, il tempo s’è fermato alle 7.41 del 30 ottobre. Tre mesi dal terremoto 6.1 Richter, eppure alzi la testa e il solaio è un gruviera di crepe e squarci larghi quanto un braccio tra foratelle da cui penzolano monconi di intonaco e ferri arrugginiti.

Il degrado che ulcera il ventre molle di questo palazzone ora in mano a un amministratore nominato dal tribunale, con fin troppi residenti e troppe poche regole, è tutto qui: in lavori mai fatti e chissà se mai si faranno, nell’immondizia buttata dai balconi, nel parco giochi pieno di sporcizia, nei vecchi materassi accatastati nel fango vicino alla pensilina dove i ragazzini dovrebbero aspettare il pulmino. «È rimasto tutto così, le manutenzioni non si fanno perché non ci sono soldi, le pulizie nemmeno, i guasti non si riparano», sbotta Luca Davide, bergamasco, leghista convinto, amico di quel Matteo Salvini che - nel palazzone dal quale sta diventando di nuovo difficile tenere alla larga tossici e spacciatori - è venuto già due volte tra proteste e polemiche.

Davide, sì, e con lui il conto dei condomini italiani è quasi già finito, una ventina o poco più. Il resto sono stranieri, una trentina di etnie, senegalesi, bengalesi, pakistani, circa 300 famiglie e forse ancora più minorenni. Un leghista all’Hotel House, ma non è contrappasso. È che lui qui ha due appartamenti e faceva il portiere, finché il servizio di portineria c’è stato. Poi da un giorno all’altro è saltato pure quello, così come l’acqua potabile (un’autobotte della Protezione civile staziona nel cortile da mesi) e gli ascensori (poi), perché il condominio è in bolletta e riscuotere le quote – dicono da queste parti – è come acchiappare le farfalle. Tanti pagano sì, ma altrettanti no.

E vai a trovarli con decine di appartamenti pignorati in un dedalo di corridoi lunghi anche cinquanta metri e spesso senza luce. E infatti la guardiania è deserta, chiusa (ora si arrangia una piccola cooperativa), mentre i cancelli restano spalancati, dalle porte entra ed esce chiunque a ogni ora del giorno e della notte e nei garage hanno rotto pure i sigilli appiccicati dalla Procura. Nel parcheggio restano le macchine ormai da rottamare, poca gente passeggia in cortile, il grosso è fuori, in fabbrica a spaccarsi la schiena per mettere insieme il pranzo con la cena. Perché qui c’è anche tanta gente che lavora, ha famiglia e s’è comprata un appartamento che a stare larghi varrà 10mila euro, e con quei soldi a Porto Recanati non ci scappa neanche la saracinesca di un garage in quinta fila. Chi poteva se n’è già andato da un pezzo svendendo a una miseria.

E pensare che cinquant’anni fa esatti, nel 1967, quando davanti a uno stuolo di politici e a un sottosegretario si pose la prima pietra, questo gigante dritto contro l’Adriatico doveva essere un residence di lusso per la borghesia romana e milanese che veniva sulla costa a fare le ferie. Moquette ovunque in appartamentini da sessanta metri quadrati, sciccherie, campi da tennis. Ora le scale di sicurezza in ferro sono chiuse, perché è più facile rompersi l’osso del collo lì, tra scalini malfermi e giunture sgretolate dalla ruggine, che su un ponte tibetano; le telecamere di videosorveglianza sono state sfasciate, il parcheggio invece mai asfaltato e pare ci sia stato un bombardamento. È durato poco, neanche vent’anni, il sogno del residence estivo extralusso. Poi sono arrivate le squillo, e con quelle il malaffare. I vacanzieri hanno cominciato ad affittare e subaffittare senza stare troppo a guardare a chi e il destino era già segnato.

Alla porta c’era già lo spaccio, in mano a pochi ma sulla pelle di molti che qui abitano. Prima c’erano i tunisini, e giù risse, coltellate, acido e katane una notte sì e l’altra pure. Poi ci scapparono una pistolettata a un corriere della droga e un morto, incaprettato e ammazzato a bastonate. Il sindaco scrisse al ministro dell’Interno, arrivarono carabinieri, polizia, guardia di finanza, arresti, condanne, retate. E lo spaccio è passato di mano, ai pakistani. Meno clamore, più affari. La piazza s’è spostata, ma basta poco per tornare a casa. Qui, dove tutto è cominciato e il tempo s’è fermato.