GIULIANO FORANI
Cronaca

"Il mio documentario su Banksy"

Claudio Centioni racconta sulla Rai la storia del furto di un’opera dello street artist: "Vicenda surreale"

"Il mio documentario su Banksy"

"Il mio documentario su Banksy"

Qualche giorno fa, su Rai 5 (e ora disponibile su Raiplay), è andato in onda ’Banksy e la Ragazza del Bataclan’, documentario che racconta la misteriosa storia del furto di una porta su cui Banksy, il più grande street artist al mondo, aveva disegnato la figura di una ragazza triste, omaggio alle vittime dell’attentato di Parigi. Autore e sceneggiatore del documentario è un civitanovese, Claudio Centioni. Lo stimolo per ricostruire la storia gli è stato offerto dal ritrovamento della porta rubata in un vecchio casolare di Tortoreto.

"Mi ha colpito la singolarità della vicenda – dice Centioni – e in particolare il contrasto fra la tragedia del 2015 e l’insolito ritrovamento. Una storia quasi surreale che valeva la pena fosse raccontata".

Perché parla di storia surreale e non di un semplice furto di opere d’arte?

"Perché, oltre al suo avvincente aspetto crime, essa rappresenta l’ipocrisia della nostra società, che prima si indigna per il furto di un’opera considerata subito patrimonio dell’umanità, e poi, al ritrovamento, la stessa opera viene contesa in tribunale, non certo per il suo valore simbolico. A ricercare un’opera da street art è, infatti, la polizia di mezza Europa, mentre i writers anche oggi vengono contrastati dalle istituzioni e giudicati negativamente dalla gente. Nel caso specifico, a rubarla sono stati alcuni disperati, proprio coloro ai quali Banksy dà voce nelle sue opere. Insomma, c’è una storia nella storia".

Come nascono le sue storie?

"Sono il frutto di studio e di ricerche. A volte mi cadono addosso, come per magia. Oggi, però, bisogna fare i conti con le imposizioni del mercato, i palinsesti da coprire, le esigenze di produttori e canali televisivi. Una cosa complicata anche perché non tutte le storie meritano di essere raccontate".

Sono dieci anni che, con molta discrezione, lei fa lo sceneggiatore, come ha cominciato?

"Sentivo da sempre la necessità di creare ma per molti anni non riuscivo a dare forma precisa alle idee. Tutto, poi, è successo quando un amico, che faceva il proiezionista al cinema Adriatico, da piccolo mi portava nella sua cabina. Il rumore del proiettore, le pellicole, il fumo di sigaretta, il pubblico incantato che osservavo da quella prospettiva, sono stati sensazioni di un mondo che non c’è più ma che ancora vivono in me. Partecipo raramente a festival, iniziative pubbliche, eventi legati al cinema, perché il mio unico obiettivo è documentare e fare un po’ di compagnia a chi, magari solo in casa, accende la tv e per caso ci trova una mia opera".

Ricerche e documentari, si ferma qui?

"Spero che anche le storie da me scritte per il cinema prendano un giorno forma perché piacciono e non per altro. Non ho dimestichezza con le scorciatoie, non fanno per me. Il documentario è un posto dove mi trovo bene".