Macerata, 19 marzo 2015 - Un orologio da 7-8mila euro al consigliere del ministro e un posto di lavoro per il nipote del monsignore. Arrivano anche nel Maceratese le carte dell’inchiesta sulle grandi opere, che ha portato a quattro arresti e 51 indagati, e che sta facendo traballare la poltrona di Maurizio Lupi. Nell’ordinanza del tribunale di Firenze compaiono i nomi del montecosarese Nicola Bonaduce, consigliere per gli affari regionali del ministro, e di Francesco Gioia, arcivescovo di Camerino negli anni Novanta.

Nessuno dei due è indagato, ma a entrambi sono dedicate diverse righe dell’ordinanza che ricostruisce la presunta rete di tangenti e scambi di favori. Bonaduce finisce sotto la lente per i suoi rapporti con Franco Cavallo, collaboratore di Lupi e presidente di Centostazioni, finito agli arresti domiciliari nell’ambito del blitz ordinato lunedì scorso dalla Procura di Firenze. Secondo la ricostruzione dei pm, Bonaduce avrebbe ricevuto un prezioso orologio, stesso trattamento riservato a Luca Lupi, figlio del ministro. «Il 23 dicembre 2013 – è la ricostruzione dell’accusa – , Franco Cavallo e Gaetano Altieri hanno consegnato a Nicola Bonaduce, per il tramite di Emmanuele Forlani un regalo. Sembra probabile che esso sia costituito da un orologio di rilevante valore».

I pm aggiungono poi che «con ogni verosimiglianza il regalo acquistato per Nicola Bonaduce ha un valore di circa 7-8mila euro». Nell’aprile del 2014, invece, Bonaduce sarebbe stato invitato in via del Nazareno a Roma per misurarsi un abito su misura pagato da Cavallo. Contattato dal Carlino, il consigliere del ministro respinge gli addebiti. «Non ho mai visto in vita mia un orologio di quel valore – dice – e non ho mai ricevuto regali di quel livello. Cavallo lo conosco, abbiamo fatto l’Università insieme, non ho problemi a dirlo. Ma smentisco categoricamente la storia dell’orologio. Non sono indagato e se mi chiameranno a dire la mia, chiarirò tutto». E il vestito? «Non sono in grado di dire niente, non mi chieda altro».

L’altro capitolo riguarda monsignor Gioia, un passato da arcivescovo a Camerino e un presente a Roma. Il prelato coltivava relazioni frequenti con Stefano Perotti, supermanager dei lavori pubblici finito in carcere. In una telefonata intercettata, quest’ultimo svela di aver trovato a un nipote di Gioia un posto da autista a Milano. Ma nell’aprile del 2014 il vescovo sarebbe andato in pressing per trovare una sistemazione anche a un altro nipote. «Il 2 aprile 2014 – è la ricostruzione dei pm di Firenze – Gioia ricorda a Perotti che ha già fatto pervenire a un avvocato tutta la documentazione per l’assunzione del nipote Gianluca presso le Ferrovie del Sud Est».

Pochi giorni dopo Gioia avrebbe incontrato l’avvocato e Cavallo in piazza del Pantheon a Roma. «Ho corso come un pazzo per pigliare un taxi» e raggiungerli, è il racconto (intercettato) di Gioia. I pm danno poi conto di come il nipote del monsignore avrebbe trovato «il posto di lavoro sotto forma di un contratto di consulenza per due anni». Gioia ringrazia quindi Cavallo ed Ettore Incalza, il dominus dei lavori pubblici finito anche lui in carcere.

Per sdebitarsi, il 14 maggio (vigilia delle Europee) Gioia si sarebbe fatto consegnare del materiale elettorale da Cavallo: «Bisogna darsi da fare – dice al telefono l’ex vescovo di Camerino – ...almeno dimostrare... poi non ci riusciremo, ma dobbiamo dare un feedback. E poi sono venute delle suore a me molto devote... abbiamo due ricoveri di anziani... abbiamo delle scuole». I pm annotano poi come Gioia «risulta aver avuto una donazione di 2mila euro da parte di Matterino Dogliani, a fronte di qualche aiuto che il primo gli avrebbe dato». «Mi aveva dato 2mila euro – si legge in un’intercettazione del dicembre 2013 –, non per me. Insomma, lui voleva anche per me, ma non l’ho accettata».