Cecile Kyenge
Cecile Kyenge

Macerata, 16 aprile 2019 - Una multa di 1.500 euro e il risarcimento in favore dell’ex ministro Cecile Kyenge: questa la condanna inflitta a Tommaso Golini, ex leader di Forza nuova, per la scritta che nel 2013 apparve vicino alla sede del Pd, in via Spalato. Il maceratese è stato ritenuto colpevole degli insulti a sfondo razziale e diffamazione, sebbene lui abbia sempre negato tutto.

Il manifesto recava la scritta «Kyenge torna in Congo» e venne rivendicato da Forza nuova, senza però specificare chi lo avesse realizzato e attaccato. La Digos avviò le indagini, con un sequestro nel garage di Golini, dove vennero trovati vernici e colle come quelle del manifesto. Nel cellulare del ragazzo poi venne trovato anche un messaggio dell’ex leghista Enzo Marangoni, che si complimentava per l’iniziativa.

Oggi in tribunale il pm Rosanna Guccini ha chiesto per lui la condanna a 4mila euro di multa. Alla richiesta si sono associati gli avvocati Andrea Ronchi e Fabio Baglioni, parti civili per Kyenge e per l’Arci nazionale. L’avvocato Mario Giancastro, per Golini, ha invece sostenuto che non c’erano prove certe, visto che il materiale sequestrato era del tutto generico e che la mail di Forza nuova era usata da tutti gli iscritti delle Marche. La Corte presieduta dal giudice Roberto Evangelisti ha ritenuto colpevole il maceratese, condannato a 1.500 euro di multa e a risarcire l’ex ministro con duemila euro di provvisionale, in attesa di fissare il risarcimento in sede civile. Kyenge aveva chiesto 15mila euro.

L’ex ministro non nasconde la soddisfazione: "La giustizia vince ancora contro il razzismo. La sentenza è una bella notizia, per me e per tutte le vittime di soprusi a sfondo razziale. In questi casi il mio consiglio è sempre lo stesso: non desistete, anzi denunciate le discriminazioni e praticate quotidianamente l’interazione e il rispetto dell’altro». Giancastro e Golini, invecem ritengono «profondamente ingiusto il provvedimento, del quale attendiamo il deposito delle motivazioni per ricorrere in appello".

p.p.