LORENZO MONACHESI
Cronaca

L’addio al calcio di Paolucci: "Dalla Juventus al Canada, così ho realizzato il mio sogno"

Il 38enne civitanovese: avrei potuto raccogliere di più, ma sono contento di quanto ho fatto "Quando ero ragazzino, Capello mi chiamava Batistuta. Del Piero il più forte con cui ho giocato".

L’addio al calcio di Paolucci: "Dalla Juventus al Canada, così ho realizzato il mio sogno"

L’addio al calcio di Paolucci: "Dalla Juventus al Canada, così ho realizzato il mio sogno"

"Nel dicembre 2006 (Ascoli-Chievo) ho sentito il rumore della rete gonfiarsi: è stato il mio primo gol in serie A e in quell’istante ho capito di essere sulla strada giusta per esaudire il sogno di diventare calciatore". L’attaccante civitanovese Michele Paolucci, 38 anni, che ha da poco dato l’addio al calcio giocato, pensa ai momenti significativi della carriera dopo aver calcato i campi di serie A (con le maglie di Ascoli, Udinese, Siena, Atalanta, Catania, Palermo, Juventus), B (Vicenza, Latina, Siena) e all’estero. "All’inizio – ricorda – ho avuto la fortuna di essere allenato nella Vis Civitanova da Andrej Zukowski, che mi ha fatto letteralmente innamorare di questo sport. Lui è stato un pilastro: la mia storia nasce a Civitanova".

Paolucci, cosa direbbe oggi a quel ragazzino che andava ad allenarsi al campetto di San Gabriele?

"Di non permettere mai a nessuno di impedirgli di volare con l’immaginazione e di credere nei sogni. Ma deve anche sapere che si impara molto di più dalle delusioni e dalle difficoltà. Occorre avere dentro di sé la voglia di emergere, di non abbattersi di fronte alle difficoltà e di avere genitori come i miei".

Cosa hanno avuto di speciale i suoi familiari?

"Mia madre Daniela era sugli spalti fino a quando avevo 13 anni, poi si agitava ma ha continuato a seguirmi sebbene non dallo stadio. Mio padre Leonardo si metteva in disparte e non ho mai sentito la sua voce durante le partite. Anche mia sorella Elisa mi ha sempre sostenuto".

De Gregori canta che non si giudica un calciatore da un rigore. Cosa bisogna prendere in considerazione?

"La risposta alle difficoltà. Credo che un calciatore vada giudicato nei momenti di difficoltà individuali e di squadra".

Lei dice che la sua storia è nata a Civitanova, però era a Tolentino prima di essere preso dalla Juventus?

"Ci sono stato sei mesi, poi Osvaldo Ciocci mi ha fatto sostenere un paio di provini con la Juve, che al secondo mi ha tesserato e sono andato a Torino".

Sembra una favola. Qual è l’altra faccia della medaglia considerando che si è trasferito da giovanissimo?

"A volte si vedono solo i successi e si pensa al lato economico, ma dietro ci sono tanti sacrifici. Ho lasciato da ragazzino il mio mondo, casa, gli amici, la mia quotidianità: la passione mi ha spinto oltre ogni limite".

Chi le ha affibbiato il nome di Baby Batistuta?

"Fabio Capello mi chiamava Bati quando bazzicavo tra Primavera e prima squadra".

Detiene ancora il record di gol nelle giovanili bianconere con 184 reti?

"Credo di sì, considerando che me lo ripetono in tanti: nei 5-6 anni in bianconero ho giocato nei Giovanissimi nazionali, allievi regionali e nazionali, Berretti con cui ho vinto lo scudetto, Primavera dove ho conquistato il tricolore e una Coppa Italia".

Cosa le viene in mente se le dico primo marzo 2009?

"Rivedo un pezzo della mia storia e del calcio Catania. Era il derby con il Palermo (vinto dai catanesi 4-0) con quasi 30mila persone sugli spalti per un qualcosa di unico".

Qual è stato il difensore più forte che l’ha marcata?

"Sono più di uno: Nesta, Maldini e Thiago Silva".

Il giocatore più talentuoso con cui ha giocato?

"Del Piero".

Il gol indimenticabile?

"Il primo in A ha un gusto speciale, però non è nemmeno da sottovalutare quello segnato a San Siro contro il Milan quando giocavo a Siena. Poi metto anche quello con la Maceratese in Coppa Italia, una rete che da civitanovese porterò sempre con me, perché ho segnato nel mio stadio pieno in ogni posto".

Lei ha giocato anche in Canada. Che effetto le ha fatto essere stato scelto dalla Federcalcio canadese per il trailer ufficiale di un videogioco?

"È stato incredibile. Mi ha fatto sentire orgoglioso e anche molto giocatore. Una sensazione stupenda anche se quell’immagine non è che mi assomigliasse tanto: aveva molti più muscoli di me, ma io sono più bello".

È soddisfatto della carriera oppure pensa che avrebbe potuto raccogliere di più?

"Magari avrei potuto raccogliere di più. Ci sono momenti decisivi in cui le cose sono andate in una certa maniera e forse ho fatto scelte un po’ affrettate, però se mi guardo indietro ho disputato diverse gare in A e sono contento di quanto fatto. Le ultime due stagioni (alla Civitanovese, ndr) hanno lasciato un sapore più dolce a questi anni di calcio, perché è importante come chiudi: io l’ho fatto vincendo con la squadra della mia città".

A un certo momento cosa l’ha spinta ad accettare di giocare in Romania, Canada e Malta?

"Avevo 30 anni, ho unito due mie passioni: il calcio e i viaggi. Giocando a calcio ho visto il mondo e questa esperienza mi ha portato anche negli States".

Qual insegnamento utile per la vita le ha dato il calcio?

"Il talento è importante, le scorciatoie non portano da nessuna parte, ma occorre mettere sul piatto sudore e sacrificio".

Ci pensa che fra poco più di un mese non andrà in ritiro per prepararsi per la nuova stagione?

"Sono molto sereno. Ho mosso i primi passi per studiare da diesse. È stato un addio dolce, lungo e non traumatico, e mi ha aiutato tanto avere vinto gli ultimi due campionati con la mia Civitanovese. Magari potrei chiedere a qualche club di qui di potermi allenare per tenermi in forma e non farmi crescere la pancia".