Tolentino (Macerata), 31 gennaio 2019 - Il suo è il punto di vista di una madre. Luisa Scisciani rompe il silenzio per la prima volta parlando del figlio, Luca Traini, in prigione da un anno. Dice solo che il figlio ha chiesto al fratello di portare oggi un mazzo di fiori sulla stele dedicata alla ragazza. Luisa ha 60 anni e, a causa del terremoto, si è trasferita nella campagna di Tolentino, lasciando temporaneamente la casa da cui Traini era partito la mattina del 3 febbraio per compiere il raid a Macerata.

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Quanto vede suo figlio?
«Ogni sabato mi reco nel carcere di Montacuto. L’accesso è possibile a tre persone, così di solito andiamo io, il fratello e il padre di Luca. Qualche volta viene anche la fidanzata. Soltanto lei, per ora, può sentirlo per telefono, al fisso, così ci fa da tramite per avere sue notizie più frequentemente. Bisogna presentare un documento che autorizzi le chiamate esterne. Abbiamo fatto richiesta anche noi».

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Cosa pensa delle lettere di stima che arrivano in carcere?
«Da una parte sono felice per la vicinanza che gli dimostrano. Arrivano da tutto il mondo. Ma dall’altra non vorrei che lo esaltino troppo. Luca dentro di lui sa che ha sbagliato. Non è un eroe per quel gesto. Se no c’è rischio che qualcuno faccia uguale. Ci pensano le forze dell’ordine a far rispettare le regole, a contrastare chi spaccia, non ci si fa giustizia da soli. Le persone non gli stanno vicino quando gli dicono ‘hai fatto bene’».

Dodici anni di reclusione.
«Non sono un giudice, per cui non entro nel merito. Ragionando però da mamma mi sembrano un po’ esagerati, se paragonati ad altre sentenze con persone morte. Luca non ha precedenti. Ovviamente condanno il gesto di mio figlio».

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Come lo trova quando va a fargli visita?
«Abbastanza bene. Lavora a turni: adesso fa le pulizie, prima portava da mangiare. Mi ha accennato che vorrebbe fare l’università, forse Scienze politiche, per passare tempo. Cerca di tenersi impegnato. Ha il diploma come geometra e vorrebbe provare a continuare gli studi. Si preoccupa per i compagni di cella. Se li vede con i lacci delle scarpe in mano e con intenzioni strane, glieli toglie».

Luca le ha mai parlato del 3 febbraio?
«Da come ha raccontato a me, sarebbe partito tutto dai tempi in cui andava a fare il buttafuori; nei locali vedeva i ragazzetti che prendevano la droga e poi li trovava a terra, semisvenuti. Mi diceva: ‘Tu mamma non sai cosa significa’. Non riusciva a vedere quelle scene, tanto da lasciare il lavoro. Gli spacciatori che incontrava in quell’ambiente erano di colore. Questo non significa che non esistano spacciatori bianchi. Solo in quel caso era così».

Suo figlio ha sparato a persone di colore. Lei dice che non è razzista.
«No, non è razzista. Era ed è molto legato a un ragazzo di colore che adesso studia Medicina a Roma. L’omicidio di Pamela è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, un colpo di testa».