Macerata, 24 dicembre 2018 - «Un raid mosso da profonde ragioni di odio razziale verso la comunità africana». Nessuno spazio a eventuali disturbi della personalità, nessuna attenuante, nessuna concessione al desiderio di vendicare la morte tragica della 18enne Pamela Mastropietro, ma una strage «di cui è stata vittima l’intera cittadinanza costretta in parte a vivere momenti di autentico panico (molte le persone che assistevano alla sparatoria a pochi metri dall’attentore e dalle vittime), in parte a subire l’esperienza traumatica di un coprifuoco imposto dalle autorità, con gli alunni di tutte le scuole trattenuti in classe oltre l’orario normale per ragioni di sicurezza». Così i giudici della corte d’assise di Macerata motivano la condanna a 12 anni di carcere inflitta a Luca Traini, autore della sparatoria per le vie della città del 3 febbraio. Sei persone rimasero ferite dalla sua pistola Glock.

La sentenza, firmata dal presidente della corte Claudio Bonifazi con l’estensore Enrico Pannaggi, ripercorre i fatti di quella mattina. Traini sentì alla radio le notizie sul delitto Mastropietro e decise di vendicare la ragazza. Il primo obiettivo era raggiungere in tribunale Oseghale, indagato per il delitto; poi, per non colpire i carabinieri che erano lì davanti, sparando dall’auto per le vie centrali di Macerata agli immigrati che incrociava. «Vado ad ammazzare il macellaio negro» aveva detto alle bariste quella mattina. «In tutti i locali a cui ho sparato, esclusa la sede del Pd – sono le frasi di Traini citate nella motivazione – c’è lo spaccio. Gli spacciatori sono neri. Io ce l’ho con gli spacciatori».

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«L’assioma da cui muove l’imputato, che tenta di allontanare l’evidente matrice razziale del suo gesto, è che tutti gli spacciatori, almeno a Macerata, sono neri, dunque sparare a un soggetto di colore significa colpire uno spacciatore. Non potendosi ammettere come vera tale affermazione, perché gli spacciatori non hanno colore né nazionalità predeterminati, la matrice razziale è chiara. Anche a non considerare l’incidenza dell’ideologia fascista e della sua deriva razzista – prosegue la corte, ricordando il ritrovamento dei libri di Hitler e su Mussolini al maceratese – ha consumato un raid xenofobo».

L’avvocato difensore Giancarlo Giulianelli ha puntato molto sulla ridotta capacità di volere di Traini, dichiarata dallo psichiatra Giovanni Camerini. Ma la corte non accetta questa tesi, affidandosi alla perizia del professor Massimo Picozzi: malgrado il quadro familiare «caratterizzato da incomprensioni, litigi, violenze fisiche e verbali, Traini è presente a se stesso». Un aspetto discusso è la qualificazione del reato: più tentati omicidi o una strage? La corte è d’accordo con il procuratore capo Giovanni Giorgio: una strage. «L’intenzione era uccidere un numero indeterminato di persone sparando tra la folla» nella tarda mattinata di sabato e nelle vie più frequentate, dicono i giudici. «La circostanza, fortunosa e indipendente dalla volontà dell’imputato, che non vi siano stati morti, non incide nella qualificazione del delitto come strage». «Tardivo e poco convincente» il pentimento in udienza, fatto sempre negando l’evidente matrice razzista.

L’avvocato Giulianelli annuncia l’appello. «Mi dispiace soprattutto che non si sia capita la sua evoluzone. Anche al professor Picozzi Traini ha detto di aver capito che, bianchi e neri, “siamo tutti poveracci”».

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