Sandro Di Tuccio, presidente dell’Ordine delle professioni infermieristiche (Fnopi) di Macerata
Sandro Di Tuccio, presidente dell’Ordine delle professioni infermieristiche (Fnopi) di Macerata
di Franco Veroli Oggi è la giornata internazionale dell’infermiere, all’insegna del motto "Ovunque per il bene di tutti". Ieri sera, per rendere omaggio a queste persone che la pandemia ha reso ancor più visibili e familiari, lo Sferisterio è stato illuminato di verde. "È stata una nostra iniziativa, assunta d’accordo con l’amministrazione comunale", spiega Sandro Di Tuccio, presidente dell’Ordine delle professioni infermieristiche (Fnopi) della provincia di Macerata. In prima linea da oltre un anno, tanti infermieri sono rimasti contagiati sul lavoro, mettendo a rischio la propria vita. Fare l’infermiere durante la...

di Franco Veroli

Oggi è la giornata internazionale dell’infermiere, all’insegna del motto "Ovunque per il bene di tutti". Ieri sera, per rendere omaggio a queste persone che la pandemia ha reso ancor più visibili e familiari, lo Sferisterio è stato illuminato di verde. "È stata una nostra iniziativa, assunta d’accordo con l’amministrazione comunale", spiega Sandro Di Tuccio, presidente dell’Ordine delle professioni infermieristiche (Fnopi) della provincia di Macerata. In prima linea da oltre un anno, tanti infermieri sono rimasti contagiati sul lavoro, mettendo a rischio la propria vita.

Fare l’infermiere durante la pandemia. Cosa è cambiato?

"È cambiato il nostro approccio con il paziente, visto che non abbiamo più potuto avere un contatto fisico. Si sono affinati altri sistemi di comunicazione non verbale, tant’è vero che i pazienti ricordano più i nostri occhi dietro le maschere che i nostri nomi. Abbiamo lavorato gestendo la paura, non tutti i colleghi erano preparati a lavorare con le malattie infettive. Abbiamo imparato a lavorare dentro le tute Covid e a resistere tante ore senza poter fare quello che facevano prima. È cambiato anche il nostro modo di lavorare "tecnico" in rapporto alle nuove difficoltà, ma anche il modo di stare vicini ai pazienti per non farli sentire soli".

All’inizio vi chiamavano eroi. Poi, però...

"Essere chiamati eroi o angeli in parte ci ha lusingato, ma noi siamo dei professionisti. Abbiamo sempre fatto il nostro dovere accanto al malato, a prescindere dal contesto. Non dimentichiamo il terremoto, eravamo lì in prima linea. Poi una minima parte della gente stanca della situazione, amareggiata dai tanti problemi socio-economici, ha sfogato le sue frustrazioni anche verso di noi. Ma sono pochi ed è durato poco. Credo che nessuno possa negare il contributo che abbiamo dato, ricevo giornalmente attestati di stima".

Ci sono infermieri che hanno rifiutato la vaccinazione?

"Sì, ci sono colleghi che, anche se in numero esiguo, hanno fatto questa scelta, da valutare caso per caso, e da rispettare se riferita ai casi previsti dal processo democratico. Laddove, invece, si ravvisi una motivazione ideologica, il professionista andrebbe contro un dettato importante del nostro codice deontologico e sarà giudicato per questo. Faccio difficoltà a capire come si possa esercitare questa professione se non si crede in quel che si fa".

La professione di infermiere può ancora definirsi una "missione"?

"Forse il termine missione è un po’ fuori tempo, anche se ha un che di romantico. In realtà la nostra è una professione complessa, che richiede conoscenze, competenze, capacità tecniche e umane. Ricordo quando un giorno andai a fare un tampone ad un’anziana signora positiva al Covid che viveva da sola. Mi chiese di aiutarla a telefonare ai parenti, poiché da sola non riusciva. Avevo fretta e, poi, ero in tenuta Covid, non il massimo per rimanere in casa della signora. Ma capii il suo bisogno, più importante del tampone che dovevo fare. Quindi la aiutai a fare le necessarie telefonate. I suoi ringraziamenti, la sua gioia per aver parlato con i familiari, sono stati per me un dono prezioso".