Macerata, 29 febbraio 2020 - Un vizio di forma rischia di sgretolare uno dei pilastri su cui si regge la condanna all’ergastolo di Innocent Oseghale, il nigeriano accusato di aver ucciso la 18enne romana Pamela Mastropietro il 30 gennaio 2018. A vacillare sono le consulenze medico-legale e tossicologica dei professori Mariano Cingolani e Rino Froldi: quando la procura le dispose, all’inizio delle indagini, le notificò solo all’avvocato di Oseghale, e non a lui in carcere. Ma ora la Cassazione a sezioni unite ha dichiarato che le notifiche si devono fare sempre al detenuto, a pena di nullità. La questione, molto tecnica, potrebbe avere ripercussioni forti sul processo.

Subito dopo il ritrovamento del corpo in pezzi della ragazza, la procura avviò gli accertamenti tecnici irripetibili, l’autopsia e l’esame tossicologico, per capire cosa l’avesse uccisa. Il corpo era stato quasi interamente dissanguato, in alcuni punti privato della pelle e lavato con parecchia candeggina, c’erano pochissimi tessuti su cui fare le analisi. I professori Froldi e Cingolani riuscirono a trovare minime quantità di sangue, e fecero le analisi anche sull’umor vitreo per arrivare a una conclusione concorde: Pamela non era morta per overdose di eroina, ma per le due coltellate ricevute al fianco. Chi fosse stato accusato di quel delitto, dunque, avrebbe dovuto rispondere di omicidio volontario, un reato per il quale si rischia l’ergastolo. Se fosse morta di overdose, la condanna sarebbe stata molto più lieve per chi le avesse dato la dose.

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Per legge, quando la procura dispone questi accertamenti tecnici deve dirlo anche all’indagato, perché possa partecipare con un consulente e difendersi. E qui si arriva al punto critico: se l’indagato è in carcere, per informarlo dell’autopsia basta dirlo al suo avvocato, o bisogna mandare la comunicazione anche a lui? Le sentenze della Cassazione erano discordanti, e anche le opinioni. Nel caso di Oseghale, le prime notifiche furono fatte solo all’avvocato. Ma quando la difesa del nigeriano fu assunta dagli avvocati Umberto Gramenzi e Simone Matraxia, questi rilevarono subito il vizio e dissero che quelle consulenze erano nulle. Sia in udienza preliminare, che alla prima udienza del processo in corte d’assise, i difensori proposero quelle eccezioni. Ma in entrambi i casi i giudici accolsero la tesi della procura, secondo cui bastava la notifica al difensore, e le consulenze sono state utilizzate. E sono fondamentali: l’unica prova del fatto che Pamela sia stata uccisa è negli esami del medico legale e del tossicologo. E per questo Oseghale è stato condannato all’ergastolo. Ora, partendo da un altro processo in corso, la questione è finita all’esame delle sezioni unite della Cassazione, chiamate a fare chiarezza sul punto controverso. E ieri, nella informazione provvisoria resa nota, hanno dichiarato che la notifica va fatta all’imputato in carcere, altrimenti l’accertamento è nullo.

Ora cosa accadrà? "Dobbiamo aspettare le motivazioni di questa sentenza per dirlo – risponde l’avvocato Simone Matraxia –. Per ora sappiamo solo che è stato affermato il principio di diritto che io e l’avvocato Gramenzi avevamo sempre sostenuto. L’autorità giudiziaria sapeva che Oseghale era in carcere, e doveva notificare a lui gli atti. Se quegli accertamenti sono inutilizzabili, potrebbero esserci conseguenze concrete in appello". La data per il secondo grado non è ancora stata fissata, e bisognerà vedere come si muoverà la corte. Una nuova perizia potrebbe essere difficile, visto che i campioni di tessuto (minimi) sono stati esauriti per la prima.