Macerata, 6 marzo 2019 -  "Desmond Lucky se ne andò, Oseghale tentò di rianimarla con acqua sulla faccia per farla riprendere, lei si riprese. Oseghale l'ha spogliata, era sveglia" ma aveva "gli occhi girati all'insù" e "hanno avuto un rapporto sessuale completo". E' l'inizio della deposizione in aula del pentito, ascoltato come supertestimone dell'accusa nella seconda udienza del processo davanti alla Corte di Assise di Macerata per la morte di Pamela Mastropietro, raccontando le confidenze raccolte in carcere da Oseghale, quando ad Ascoli furono detenuti insieme per un breve periodo. Il pentito ha proseguito poi nella sua deposizione.  

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Le confidenze sulla morte di Pamela, a detta del pentito, sono iniziate subito dopo la riappacificazione tra i due, perché l'inizio dei rapporti personali in carcere è stato burrascoso. "La ragazza ha incontrato Oseghale ai Giardini Diaz di Macerata - ha ricordato l'uomo - e gli chiese eroina, ma lui le rispose che vendeva solo erba e che la poteva fare arrivare". La droga la portò "Lucky Desmond e fu pagata da Pamela con una collanina, che le regalò la mamma". In attesa della droga, consumarono un rapporto orale, "che Innocent mi disse che fu consenziente". Il nigeriano gli disse che "pagò due euro e mezzo la siringa" e che poi, "insieme al connazionale e a Pamela salirono nell'appartamento di Via Spalato". In casa, la 18enne consumò la dose di eroina e "andò in trance", quindi si alzò dal divano e "Desmond provò ad approcciarla sessualmente": Pamela non accettò e ricevette uno schiaffo, che le fece cadere a terra priva di sensi. A quel punto, é sempre il racconto del collaboratore di giustizia, "Desmond andò via, perché la ragazza non faceva niente".

Come spiegato in precedenza dal pentito, dopo il rapporto sessuale tra Oseghale e Pamela, la "ragazza voleva andare via a casa a Roma perché aveva il treno, disse che altrimenti l'avrebbe denunciato. Ebbero una colluttazione, si sono spinti, Oseghale le diede una coltellata all'altezza del fegato e dopo una prima coltellata Pamela cadde a terra. Pensando che dopo aver accoltellato Pamela Mastropietro, la ragazza fosse morta, Innocent Oseghale, mi raccontò che andò ai giardini Diaz per chiedere, invano, l'aiuto a un connazionale poi tornò a casa, convinto che la ragazza fosse morta e la squartò iniziando dal piede. La ragazza iniziò a muoversi e lamentarsi le diede una seconda coltellata". Si tratterebbe dunque di una vera e propria confessione, anche se "inizialmente mi disse che non c'entrava lui, ma altre persone".

Poi la continuazione choc della deposizione. Oseghale raccontò che "l'aveva lavata con la varechina perché così non si sarebbe saputo se era morta di overdose o assassinata. Disse che aveva un sacco in frigo dove mettere i pezzi, ma che non ci andavano e che l'ha dovuta tagliare e l'ha messa in due valigie". Chiamò un taxi, ma mentre era in auto "la moglie lo chiamava ed è andato nel panico. Se fece tutto da solo? Non mi fece il nome di nessuno", ha proseguito il pentito. Che, però, ha aggiunto su Oseghale e i presunti rapporti con la mafia nigeriana: "Mi disse che era uno dei referenti dei nigeriani a Macerata, al livello sia di prostituzione che di stupefacenti" e che "faceva riferimento a Padova e Castel Volturno". In aula, la madre di Pamela si è messa a piangere durante il racconto del collaboratore di giustizia. 

Un racconto ritenuto "inattendibile" dall'avvocato Simone Matraxia, uno dei legali di Oseghale ma "fondamentale" dal legale della famiglia e zio di Pamela, Marco Valerio Verni. Un racconto per altro smentito da un altro dei testimoni sentiti oggi, compagno di cella di Oseghale: "mi disse che aveva fatto a pezzi Pamela ma che non l'aveva uccisa". E "disse che questa cosa l'ha fatta da solo", Inoltre, "non mi ha parlato di mafia nigeriana" ed "entrò nel panico perché l'indomani doveva tornare a casa della compagna, che era ospite di una comunità e non sapeva come cancellare le tracce di questo suo tradimento. Per lui il tradimento era il problema". 

Alla fine dunque, il pentito, a cui il nigeriano avrebbe confessato il delitto, ammettendo anche di far parte della malavita organizzata nigeriana, ha deposto in aula. Il calabrese aveva sostenuto che, dopo aver detto queste cose alla procura, alcuni immigrati avrebbero minacciato sua moglie e sua figlia, per le quali è finito il regime di protezione: il pentito dunque, inizialmente, aveva deciso di non testimoniare contro Oseghale, fino a quando alla sua famiglia non sarebbe stata garantita la dovuta tutela. Ma la corte d'assise di Macerata ha respinto la richiesta dell'avvocato della famiglia di Pamela di posticipare la testimonianza del collaboratore di giustizia.  Via libera dunque all'ascolto del teste: su richiesta della difesa di Oseghale, è stato deciso di far ascoltare il pentito senza la barriera di protezione a copertura dell'uomo. Questa mattina, dunque, il pentito era in aula, dove è stato accompagnato dal carcere di Ferrara, e ha parlato. Per motivi di sicurezza, anche per la giornata di oggi è stato disposto il divieto di sosta negli spazi davanti al palazzo di giustizia.

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