Macerata, 12 maggio 2018 - Nessuna traccia, neppure minima, che possa ricondurre a Pamela Mastropietro. Il reparto investigazioni scientifiche di Roma ha infatti depositato l’ultima perizia, fatta sui vestiti, le scarpe e gli asciugamani di Lucky Desmond e Awelima Lucky, i due nigeriani accusati con Innocent Oseghale di avere ucciso e fatto a pezzi in modo inumano la diciottenne romana, fuggita dalla Pars di Corridonia, il 30 gennaio.

Oltre agli accertamenti fatti nella mansarda di via Spalato, esaminata palmo a palmo, dai pavimenti alle pareti, fino al terrazzino, i carabinieri avevano sequestrato anche delle scarpe, degli asciugamani e dei vestiti ai due indagati; un paio di pantaloni con delle piccole macchie erano stati trovati in un cassonetto vicino all’hotel Recina, dove viveva Awelima. Lui, arrestato alla stazione di Milano mentre – per l’accusa – partiva per Chiasso con la moglie, ha sempre detto di avere buttato o regalato i vestiti che non gli piacevano più, ma la cosa era sembrata sospetta. Tutti i capi sequestrati sono stati dunque esaminati dagli analisti del Ris, che ieri hanno depositato le loro conclusioni: non c’è neppure la minima traccia che possa fare pensare a Pamela Mastropietro. «Ho sottoposto la perizia al nostro consulente, il dottor Caprioli – ha spiegato l’avvocato Gianfranco Borgani, che assiste Desmond –, ma non ci sono tracce. Ora non resta che attendere le conclusioni della consulenza disposta dalla procura sui telefoni, sulle celle agganciate, sugli spostamenti che avrebbero fatto i tre indagati quel pomeriggio e sui contatti tra loro. Poi la Procura farà le sue valutazioni. Noi aspettiamo con fiducia: la giustizia farà il suo corso». Per ora, a carico di Lucky Desmond restano due elementi. Il primo è la chiamata in correità fatta da Oseghale, che fin dal primo interrogatorio lo ha coinvolto, dicendo che era stato Desmond a dare l’eroina alla ragazza. A questa cessione fanno riferimento Desmond e Awelima nelle intercettazioni in carcere, in maniera, però, non del tutto univoca.

Il secondo elemento è la testimonianza del commerciante: ha dichiarato ai carabinieri senza esitazioni che il pomeriggio del 30 Oseghale e Desmond erano andati nel negozio chiedendo l’acido e prendendo poi la candeggina; ma di questa transazione non c’è traccia, visto che non è stato trovato lo scontrino nel registratore di cassa. Su Awelima Lucky, assistito dall’avvocato Giuseppe Lupi, non ci sono indizi, tranne lo scambio di telefonate con Oseghale. Lui dice che parlavano solo di scommesse. Elementi in più potrebbero venire dalla consulenza sui telefoni. «Però teniamo presente che di Oseghale ci sono impronte e tracce di materiale biologico – commenta l’avvocato Borgani –, mentre degli altri due non ci sono prove che li collochino sulla scena del crimine. Per accusarli qualcosa ci deve essere: qualcuno che abbia visto entrare o uscire Desmond dalla mansarda, o in via Spalato con Oseghale e Pamela. Per adesso non c’è nulla».