Innocent Oseghale, 29 anni, mentre viene portato  in carcere su un’auto dei carabinieri (foto Pierpaolo Calavita)
Innocent Oseghale, 29 anni, mentre viene portato in carcere su un’auto dei carabinieri (foto Pierpaolo Calavita)

Macerata, 3 giugno 2018 - Lavori di pulizia con una piccola retribuzione, e poi lunghe ore nella cella della zona filtro, dove si trova con altri detenuti, uno dei quali è un civitanovese divenuto suo amico. Si definisce in poche parole la vita dietro alle sbarre di Innocent Oseghale, il nigeriano di 29 anni arrestato il 31 gennaio per l’omicidio di  Pamela Mastropietro, la diciottenne romana uccisa, fatta e pezzi e chiusa in due trolley abbandonati poi per strada. L’uomo è detenuto a Marino del Tronto. Gli è stata assegnata una cella della zona filtro, quella destinata alle persone accusate di violenza sessuale o reati per i quali potrebbero avere problemi con gli altri detenuti.

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Prima quella cella era occupata da otto persone, dopo l’intervento del garante ce ne sono cinque, al massimo sei per esigenze momentanee. Per ora, da poco tempo, a Oseghale è stato consentito di fare dei lavori di pulizia: spazza il corridoio della zona filtro, dove ci sono due celle, fino alla cucina. Si tratta di una occupazione che svolge a chiamata, quasi tutte le mattine tranne la domenica, e che lo impegna per una o massimo due ore; per questo lavoro riceve una retribuzione di circa ottanta euro al mese. Il resto del tempo, tolta l’ora d’aria, lo trascorre in cella. Non ha infatti ancora avuto il permesso di dedicarsi alle altre attività possibili a Marino; si tratta di attività ricreative premiali, alle quali chi è dietro le spalle accede non subito, anche in base al comportamento da recluso. Nella sua cella c’è anche un cinquantenne originario di Numana ma per anni residente a Civitanova.

L’uomo, che lavorava come promotore finanziario, è a Marino per una condanna per bancarotta fraudolenta; anni fa era stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale, era stato condannato in primo grado ma assolto in appello. In carcere il civitanovese è molto stimato e rispettato, e Oseghale – a quanto sembra – ha legato molto con lui; i due chiacchierano a lungo, non solo delle vicende per cui sono dentro. In particolare, il nigeriano parla della sua compagna, una ragazza italiana di cui chiede spesso notizie, così come della bimba avuta da lei; i due si sentono di tanto in tanto al telefono, perché Oseghale è stato autorizzato a chiamarla. La ragazza tra l’altro sta per dare alla luce il secondo bambino avuto da lui.

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Sull'omicidio di Pamela, tiene ferma la linea: dice non di non saperne niente. Lui l’ha accompagnata a casa, e quando lei si è sentita male lui è scappato. In uno dei colloqui con la compagna, intercettato, l’uomo ha detto di aver fatto tutto da solo. Ma sono frasi poco comprensibili, e altre volte dice di non saperne nulla: non sono dunque le intercettazioni che daranno la svolta alle indagini.

Difeso dagli avvocati Umberto Gramenzi e Simone Matraxia, il nigeriano respinge le accuse sebbene gli indizi su di lui siano troppi, a cominciare dal fatto che ci sono videoriprese e testimonianze sul fatto che sia stato lui, alle 22.30, a portare in taxi i due trolley a Casette Verdini, abbandonando là i poveri resti della ragazza, poi il sua Dna nel corpo di lei. Ormai su di lui le indagini sono quasi completate.