Macerata, 14 febbraio 2019 - «Sul banco degli imputati ci doveva essere anche qualcun altro: quando è uscita dalla comunità, era evidente che quella ragazza fosse in condizioni di estrema fragilità». La criminologa Roberta Bruzzone non è voluta mancare alla prima udienza del processo sull’omicidio di Pamela Mastropietro, non solo perché coinvolta con una consulenza dall’avvocato della famiglia Marco Valerio Verni. «Ho scritto una consulenza che è già stata depositata agli atti e sarò sentita come testimone – ha spiegato ieri in tribunale –, ma ho intenzione di seguire questo processo e dedicargli tutta la mia attenzione: questa è una vicenda che mi ha colpito profondamente».

La criminologa ha esaminato la documentazione clinica di Pamela prima dell’ingresso alla Pars, con la diagnosi del disturbo border line e i problemi conseguenti di tossicodipendenza, e poi le terapie seguite in comunità. «Il mio lavoro – ha detto – è stato soprattutto quello di ricostruire cosa è accaduto a questa ragazza da quando è uscita dalla comunità. Credo abbia incontrato una serie di persone che hanno approfittato di lei: se avessero agito in maniera più responsabile, forse oggi non saremmo qui. Per questo motivo, sebbene io abbia seguito molti casi tragici e gravi e sui quali non avrebbe senso pensare a una sorta di classifica, la sua storia mi ha colpito così profondamente: perché Pamela ha incontrato persone terribili. Lei era in condizioni di assoluta ed evidente minorata difesa, e non è una cosa da poco».

LEGGI ANCHE Pamela Mastropietro, la vigilessa. "In quei trolley ho visto l'orrore"

Lo stato della ragazza, secondo la criminologa, era evidente a chiunque, «e infatti le due persone che l’hanno incontrata dopo la fuga lo ammettono: innanzitutto Pamela era in cerca di quel minimo di soldi per la sussistenza, e poi loro stessi dicono di aver capito che fosse in difficoltà, che stesse male. Era in balìa dei suoi vizi, dei suoi impulsi, una condizione di estrema fragilità che lei era del tutto incapace di mascherare. E capire questo è fondamentale per ricostruire la vicenda. Qui vanno chiarite un po’ di cose, ci sono alcuni elementi che non tornano. Quanto all’imputato, mi auguro che la corte d’assise sia il luogo per fare giustizia e ridare dignità a Pamela, dignità che le è stata negata, ma voglio ribadire che lui è la parte terminale di un percorso tragico. A me sembra che qui manchi un capitolo della storia».

Roberta Bruzzone dunque, oltre ad aver depositato la sua consulenza redatta per conto della famiglia, «una sorta di autopsia psicologica» l’ha definita l’avvocato Marco Valerio Verni, sarà anche sentita come testimone nell’udienza del 27 marzo, per dare ai giudici un quadro delle condizioni in cui si trovava la ragazza quando è fuggita dalla Pars. Il primo a darle un passaggio e ad approfittare di lei è stato un 50enne della provincia, che l’ha accompagnata alla stazione di Piediripa nel primo pomeriggio del 29 gennaio. Da lì lei è arrivata alla stazione di Macerata, dove ha incontrato un maceratese che l’ha ospitata a casa per la notte. Infine la mattina del 30, perso il treno per Roma, si è fatta accompagnare ai giardini Diaz, e da lì poi la storia precipita nell’orrore.

PAM_36954254_094006