Alessandra Verni, mamma di Pamela Mastropietro (Foto Calavita)
Alessandra Verni, mamma di Pamela Mastropietro (Foto Calavita)

Macerata, 21 marzo 2019 - Con gli occhi lucidi, ma in silenzio, Alessandra Verni ha guardato proiettare su una parete del tribunale di Macerata le immagini terribili dell’autopsia sul corpo della figlia 18enne Pamela. Non ha mai distolto gli occhi di fronte alle gambe scarnificate, al torace scuoiato, ma quando non sono apparse le foto della testa della figlia ha dovuto nascondere il viso tra le braccia. Di fianco a lei, la nonna e il padre della ragazza, Stefano Mastropietro, quasi paralizzato di fronte a un orrore che faceva urlare. È stata un’udienza (foto) tanto orribile quanto importante quella di ieri nel processo al nigeriano Innocent Oseghale, accusato di violenza sessuale, omicidio, vilipendio e occultamento di cadavere ai danni della 18enne romana. Un’udienza a porte chiuse per decisione del presidente della corte Roberto Evangelisti, con l’ammissione solo delle parti, dei familiari e dei giornalisti, perché era prevista la visione di immagini choc. Il processo, iniziato alle 9.30 e finito alle 19.40, si è aperto con le foto delle valigie aperte e i resti del corpo della 18enne. Fino alla fine i genitori hanno ascoltato come si è infierito sulla figlia.
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«Sapevano come si sarebbe svolta l’udienza – ha detto poi l’avvocato Marco Valerio Verni, zio di Pamela e legale della famiglia – e ora bisogna fare un plauso ai genitori, che hanno mostrato dignità e compostezza senza eguali. Le foto sono diaboliche, ma per i genitori è una missione far capire alla gente che quanto fatto a Pamela è qualcosa di unico, una nuova criminalità sulla quale il Parlamento dovrebbe legiferare».

Le foto hanno permesso ai consulenti della procura, i medici legali Antonio Tombolini e Mariano Cingolani e il tossicologo Rino Froldi, di mostrare le lesioni e chiarire le circostanze del decesso. Il dottor Tombolini, chiamato dopo il ritrovamento dei trolley il 31 gennaio dell’anno scorso, ha parlato del trattamento con la varechina sulla pelle e sui genitali della ragazza «finalizzato a cancellare ogni traccia di un precedente rapporto sessuale». Il medico legale Mariano Cingolani ha dimostrato che le due coltellate al fegato erano state inferte quando Pamela era viva; la disarticolazione invece è avvenuta dopo la morte. Nessuna overdose, come chiarito dal tossicologo Rino Froldi: l’eroina era quasi del tutto smaltita. Senza più sangue né urine, perché i genitali erano stati tagliati e lavati con la varechina, il prof Froldi ha rintracciato la sostanza «nell’umor vitreo dell’occhio, che dà livelli analoghi a quelli del sangue sulla presenza della sostanza, nella bile, che indica assunzioni di uno o due giorni prima della morte, e nel capello, che mostra l’assunzione nei due mesi precedenti».

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«In Italia non ci sono casi di disarticolazione – ha aggiunto il professor Cingolani –. I tagli sono precisi, alla schiena ad esempio all’altezza dei dischi, che sono più elastici. Un’opera molto raffinata: io faccio autopsie da 40 anni e lo avrei fatto in modo analogo». Le loro conclusioni sono state confermate dai consulenti di parte civile, il medico legale Luisa Regimenti e il tossicologo Carmelo Furnari. Mercoledì prossimo saranno sentiti i nigeriani che erano stati indagati con Oseghale. Lui, hanno annunciato gli avvocati Gramenzi e Matraxia, non parlerà in aula.