Macerata, 7 maggio 2019 - Udienze per chiudere il processo sull'omicidio di Pamela Mastropietro, la 18enne romana fuggita da una comunità il 29 gennaio dell'anno scorso e ritrovata due giorni dopo in quello che sembrava un film dell'orrore: due trolley con dentro il corpo dissanguato, lavato con la candeggina e fatto a pezzi, abbandonati sul bordo di una strada a Casette Verdini, alla periferia di Macerata.

Imputato è Innocent Oseghale, nigeriano arrivato in città con i programmi di accoglienza, fuoriuscito da questi e rimasto a Macerata da clandestino vivendo di spaccio. La prima tappa è domani, con le richieste di condanna da parte della procura. Poi la prossima settimana la parola passerà alla difesa. Infine il 29 la corte d'assise si chiuderà in camera di consiglio, per uscire solo con la sentenza.

Nel corso del processo è stata ricostruita la vicenda. In primo luogo l'arrivo della 18enne romana a ottobre a Corridonia, alla comunità Pars, dove avrebbe dovuto seguire le terapie per la sua sindrome border line e per la tossicodipendenza.

Le analisi sui capelli della ragazza hanno rivelato l'assunzione di eroina anche durante il periodo di ricovero, come ha messo in luce in aula l'avvocato Marco Valerio Verni, zio di Pamela e legale dei genitori, Stefano Mastropietro e Alessandra Verni.

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La famiglia ha molto insistito sulle responsabilità della comunità nella fuga della 18enne. La famiglia ha chiamato in aula anche la criminologa Roberta Bruzzone, che ha descritto le condizioni della giovane in fuga dalla Pars.

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Sono state poi acquisite le dichiarazioni di un moglianese, che trovò la ragazza in fuga ed ebbe dei rapporti sessuali con lei in cambio di un po' di soldi, e un tassista che la incrociò a Macerata e che, dopo le indagini dei carabinieri, passò con lei la notte tra il 29 e il 30.

Il tassista la riportò alla stazione la mattina, troppo tardi per il treno diretto a Roma che Pamela voleva prendere. Una sliding door dalle conseguenze tragiche. Dalla stazione Pamela andò ai giardini Diaz dove incontrò Innocent Oseghale, a cui chiese di rimediarle una dose di eroina. Il nigeriano avrebbe contattato un suo connazionale, si sarebbero incontrati vicino allo stadio dei Pini e da lì, su richiesta di Pamela, Oseghale avrebbe accolto la ragazza in casa sua, nella mansarda di via Spalato.

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«Chiedo scusa alla famiglia, ma io non ho ucciso Pamela. Dopo l'iniezione lei si è sentita male, io sono uscito e quando sono rientrato era morta, allora l'ho fatta a pezzi: voglio pagare per quello che ho fatto, ma non per quello che non ho fatto» ha detto lui in aula, sostenendo che la ragazza sia morta di overdose.

Ma le sue parole sono state smentite dai consulenti della procura, il medico legale Mariano Cingolani e il tossicologo Rino Froldi, che hanno dimostrato – in un'udienza pesante, nella quale sono state mostrate le foto del corpo della ragazza - grazie alle analisi istologiche e chimiche che non ci fu alcuna overdose, e che la causa della morte è stata il dissanguamento prodotto da due coltellate inferte al fegato.

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A questa ricostruzione, gli avvocati difensori Umberto Gramenzi e Simone Matraxia hanno contrapposto il medico legale Mauro Bacci e la tossicologa Paola Melai, che hanno posto qualche dubbio sulla tesi della procura. Ma la corte presieduta dal giudice Roberto Evangelisti ha ritenuto superflua una perizia super partes sulla questione, ritenendola dunque chiarita.

Domani, dunque, tutti gli elementi raccolti saranno ripercorsi dal procuratore capo Giovanni Giorgio e dal sostituto Stefania Ciccioli, che chiederanno la condanna per Oseghale. Poi parleranno gli avvocati Verni, Carlo Buongarzone (parte civile per il Comune di Macerata) e Andrea Marchiori (per il proprietario della mansarda).

Mercoledì 15 sarà la volta dei difensori, che punteranno sui dubbi in merito al fatto che Pamela possa essere morta di overdose. Il 29 infine udienza conclusiva: la corte d'assise in camera di consiglio deciderà se e come chiudere il processo di primo grado su questo delitto sconvolgente.