Pamela Mastropietro aveva solo 18 anni
Pamela Mastropietro aveva solo 18 anni

Macerata, 22 febbraio 2019 - Il pentito si tira indietro e non vuole più testimoniare contro Innocent Oseghale. Colpo di scena nel processo (foto) al nigeriano, accusato di aver ucciso e fatto a pezzi la 18enne romana Pamela Mastropietro. Ora bisognerà aspettare il 6 marzo per vedere come finirà la vicenda, ma intanto i familiari della ragazza chiedono tutela per chi collabora con le indagini. Tra i testi citati per la prossima udienza in corte d’assise c’è un pentito che, la scorsa estate, aveva detto alla procura di aver raccolto una confessione di Oseghale. Per un breve periodo, l’uomo era stato nel carcere di Ascoli dove era rinchiuso anche il nigeriano: a suo dire, i due avrebbero fatto amicizia, e Oseghale avrebbe ammesso il delitto, avrebbe parlato del suo ruolo nella malavita organizzata nigeriana.

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A conferma della autenticità delle sue parole, il pentito avrebbe detto che il nigeriano gli avrebbe parlato di un neo che aveva Pamela, neo che la ragazza aveva davvero. Ora, però, per il detenuto è finito il programma di protezione previsto per i pentiti, e lui dice di non sentirsi più sicuro, per se stesso e per i suoi familiari. È stata la moglie, che ne aveva già parlato in tv, a sollevare il problema, scrivendo una lettera al quotidiano «La verità» e dicendo di aver ricevuto minacce. Nel timore che possa accadere qualcosa, il marito avrebbe deciso di non ripetere più in aula quanto detto ai carabinieri durante le indagini. La procura lo ha citato per il 6 marzo, e bisognerà vedere come si comporterà davanti ai giudici. Per altro la difesa del nigeriano assicura che il pentito e Oseghale in carcere si incrociarono e litigarono, tanto che la direzione dispose che non avessero più modo di avvicinarsi.

«Crediamo che sia grave che si debba arrivare a questo – hanno commentato i familiari di Pamela Mastropietro – e confidiamo che chi debba agire agisca. Bene e in fretta. Chi decide di cambiare la propria vita e di collaborare con la giustizia deve essere protetto, assieme ai suoi familiari. Non proteggere chi ha deciso di collaborare con la giustizia potrebbe voler significare un sottovalutare il problema o un qualcosa che è estraneo al nostro modo di pensare e di sentire: ossia, la complicità di certe istituzioni con il crimine – aggiungono i familiari di Pamela –. Ci rifiutiamo di credere ciò, e facciamo affidamento sulla professionalità di chi è, direttamente o indirettamente, chiamato in causa».