Macerata, 17 luglio 2019 - Contano gli anni, contano i giorni. Contano le notti trascorse insonni dopo che le loro vite sono state stravolte per sempre. È tanta la rabbia il giorno della prima udienza al tribunale di Pescara, dove ieri i familiari delle vittime di Rigopiano hanno scelto di presentarsi, tutti insieme. In aula, ciascuno con indosso una maglietta bianca con l’immagine del proprio caro, hanno gridato che non vogliono vedere udienze slittare, che loro non ci stanno, che già il 27 settembre è tardi, troppo tardi dopo due anni e mezzo di strazio e di attesa dell’inizio del processo.

Il giudice è andato loro incontro e l’udienza, che rischiava di slittare al 30 ottobre, è stata confermata per la fine di settembre. «Ancora due mesi e 10 giorni – fanno notare Egidio Bonifazi e Paola Ferretti, genitori di Emanuele, senza riuscire a nascondere le lacrime –. La mancanza non passa mai, anzi, diventa sempre più forte». «Oggi (ieri, ndr), a fine udienza sono dovuta uscire – dice la mamma –, perché mi è presa una crisi di rabbia, di dolore. La procedura è questa, possiamo arrabbiarci quanto vogliamo ma non è colpa del giudice, la giustizia in Italia andrebbe urgentemente riformata, perché così è uno stillicidio».

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Sottolineano che si sarebbero aspettati qualcosa di più da questa prima udienza, «almeno il processo è iniziato, ma l’ansia comincia a essere davvero logorante, è un massacro». E ricordano che, a Rigopiano (video), Emanuele ci stava per lavoro. «Doveva rientrare il martedì (la tragedia è avvenuta mercoledì 18 gennaio, ndr), ma quel martedì la strada era già chiusa. Quando la sera era passato lo spartineve, ormai si era accordato per il cambio di turno quindi ha lasciato perdere, ed è rimasto». Il pensiero va ai messaggi inviati da Emanuele quel giorno: «Panico totale, la gente sta impazzendo». «Noi non ci rassegneremo mai, abbiamo fatto opposizione allo stralcio dei politici e poi all’archiviazione per quanto riguarda gli elicotteri», spiegano. «Siamo entrati nell’aula – spiega Gianluca Tanda, fratello di Marco – , affollatissima, tutti insieme, e siamo rimasti compatti. Quando si è parlato di 30 ottobre, ho urlato “Non è possibile’’. Al mio grido si sono uniti gli altri. Il giudice ha chiesto ordine, ma poi ha accolto la nostra richiesta, fissandola per il 27 settembre. Ecco perché è importante esserci, in tribunale». Adesso i familiari chiedono «che il processo sia il più veloce possibile, meritiamo tutta la verità. In questo tempo non ci siamo limitati solo a piangere. Ci siamo documentati, abbiamo letto gli atti. Ora è il momento di combattere».

«Quello fino a qui – incalza Tanda – è stato un lungo percorso, fatto di notti senza dormire, a leggere, anche incontrandoci tra noi familiari o insieme al telefono, gli atti dell’inchiesta. Abbiamo studiato, pianto, sofferto da morire. La nostra vita è stata stravolta. Prima di questo, lavoravo per la mia famiglia, per un futuro, per un posto nella società. Tutto questo appartiene al passato. Ho messo da parte il lavoro e combatto per il comitato. Sappiamo che il maxi processo è difficile, le responsabilità sono tante, non a caso lo chiamiamo omicidio di Stato. Mio fratello e Jessica erano lì in vacanza. E adesso non ci sono più. Meritano giustizia. E che sia rapida».