Piccinini, capo della Protezione civile (Calavita)

Macerata, 22 luglio 2018 - Abuso d’ufficio e falso in atto pubblico: sono le ipotesi di reato che la Direzione distrettuale antimafia di Ancona, guidata dal procuratore facente funzione Irene Bilotta, ha formulato nei confronti di quattro persone per la gestione delle casette Sae (soluzioni abitative in emergenza) realizzate per ospitare temporaneamente i terremotati delle Marche, dopo il sisma del 2016.


Indagati David Piccinini, capo della protezione civile della Regione Marche, cui è stato conferito l’incarico di soggetto attuatore della ricostruzione, i dirigenti Erap di Ancona e Macerata, Maurizio Urbinati (ex assessore del capoluogo) e Lucia Taffetani, oltre al responsabile del procedimento Stefano Stefoni di Civitanova Marche. I finanzieri del Gico di Ancona e Macerata, che portano avanti le indagini, dopo aver sequestrato giovedì nella Regione Marche e all’Erap di Ancona e Macerata migliaia di documenti sulla gestione degli appalti e sull’assegnazione delle casette, dovranno quindi accertare con il supporto di un consulente della Procura se ci siano state delle irregolarità.

David Piccinini, capo della Protezione civile regionale, è uno dei quattro indagati nell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia insieme a Stefano Stefoni, responsabile in Regione per le casette, Lucia Taffetani, dirigente Erap di Macerata e Maurizio Urbinati, dirigente Erap di Ancona, per tutti e quattro tra i reati contestati c’è l’abuso d’ufficio. 

David Piccinini, come sta vivendo questa situazione, dopo il blitz della Finanza negli uffici della Regione e il sequestro del suo computer sia in ufficio che nella sua abitazione?
«Sono giorni difficilissimi, ancora più di quelli frenetici dopo il terremoto, un lungo periodo che ancora non si è concluso. Si lavora per una causa, e continueremo a farlo, anche adesso».

Uno dei reati contestati è quello di abuso d’ufficio. Cosa può dire in merito?
«Si mette molto in discussione la mia figura di soggetto attuatore – l’accordo quadro per la fornitura delle Sae del 2016 è della presidenza del Consiglio dei ministri e del dipartimento della Protezione civile con il consorzio Arcale –, non è stato citato un argomento specifico ma si parla di subappalti, in generale, per le forniture Sae, soluzioni abitative d’emergenza».
 

Cosa ci sarebbe che non va nei controlli dei subappalti? Quali sono le difficoltà maggiori?
«Le norme di Protezione civile spesso derogano alle norme ordinarie e, in teoria, prevalgono su di esse. Ma dopo arrivano a chiedere nello specifico che tipo di diritto ha quella ditta di stare in quel cantiere. Quindi poi viene messo tutto in discussione».

Incastrati dalla burocrazia quindi?
«In un certo senso. Tra l’altro, noi non paghiamo i subappaltatori. Noi paghiamo i fornitori e non liquidiamo finché non abbiamo svolto le verifiche».

Che verifiche state svolgendo nei cantieri e a che punto sono?
«Sono verifiche di tipo documentale e sono ancora in corso».

In che rapporti siete con il consorzio stabile Arcale, che ha vinto l’appalto per la fornitura delle casette?
«Normali rapporti di lavoro, ci sono cose da sistemare, piccole emergenze, piccoli problemi che escono fuori di volta in volta sulle casette e che affrontiamo insieme».

Come può commentare la notizia dell’inchiesta?
«La magistratura è uno dei poteri dello Stato. Noi, che rappresentiamo la Protezione civile, siamo un altro pezzo di Stato. Quindi siamo tutti dalla stessa parte. Intanto, continueremo a lavorare, come sempre».