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3 mag 2018

Terremoto, la tragedia dello sfollato suicida. "Ci avevano tolto anche la casetta"

Il dolore della moglie di Massimo Dell’Orso. "Ce l’avranno sulla coscienza". Oggi alle 15 l'ultimo saluto a Castelsantangelo sul Nera

3 mag 2018
chiara gabrielli
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Massimo Dell’Orso con la moglie Stefania Servili
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Massimo Dell’Orso con la moglie Stefania Servili

Macerata, 3 maggio 2018 - Massimo Dell’Orso, 56 anni, sarà seppellito oggi alle 15 al cimitero di Castelsantangelo sul Nera. Poi parenti e amici potranno stringersi per un ricordo nella struttura polivalente del paese. Dell’Orso si è gettato nella notte tra lunedì e martedì da una finestra dell’appartamento ad Alba Adriatica (in Abruzzo), dove i coniugi si erano trasferiti da poco a loro spese (non avendo diritto al Cas), dopo una lunga permanenza in un albergo a Tortoreto.

«Quando il 30 ottobre 2016 alle 23.30 abbiamo varcato la soglia dell’hotel – scriveva Servili il mese scorso –, smarriti, stanchi e traumatizzati, pensavamo di fermarci solo una notte per cercare poi una sistemazione diversa e più vicina. Siamo rimasti quasi un anno e mezzo. Qui siamo stati accolti con affetto e circondati di premure. Qui abbiamo trovato una casa e una famiglia. Ora ce ne siamo dovuti andare, vittime di una cieca burocrazia, e lasciamo tanti amici e un pezzo del nostro cuore».

Dell’Orso lavorava al centro faunistico del Parco dei Sibillini: una vita spesa per la natura e gli animali, di cui si prendeva cura e di cui era innamorato. Desiderava fortemente tornare a vivere in paese, a Castelsantangelo: subito dopo il sisma con la moglie aveva fatto la richiesta per la casetta, che gli era stata assegnata. Ma poi con la domanda di delocalizzazione delle attività, aveva dovuto rinunciare. 

«Il mondoaveva ancora bisogno di te. Io, avevo ancora bisogno di te». Uno strazio infinito quello di Stefania Servili, moglie di Massimo Dell’Orso. Era sfollato, dopo che il terremoto gli aveva portato via due case (una nella frazione di Vallinfante e una a Visso), tre bed and breakfast, la vita tranquilla tra le sue montagne e gli animali selvatici di cui si prendeva cura. Mentre racconta, la moglie non riesce a trattenere le lacrime per un dolore immenso. E per il pensiero che questa tragedia si sarebbe potuta evitare.

Quanto ha influito il terremoto sulla morte di suo marito? 
«Non si può dire che sia l’unica causa, ma di sicuro ha condizionato moltissimo il suo stato d’animo. A parte ciò, stava abbastanza bene, fatta eccezione per qualche dolore fisico, ma nulla di grave».

Perché non potevate avere una casetta? 
«Noi l’avevamo chiesta la Sae (soluzione abitativa d’emergenza), prima che uscisse la legge che comprendeva anche i bed and breakfast. Poi, quando sono appunto stati inseriti, ci è stato detto che dovevamo rinunciare alla Sae se volevamo chiedere la delocalizzazione delle nostre attività, che stavano a Vallinfante. E così abbiamo fatto. Ma pensavano che l’iter per la delocalizzazione fosse più veloce, invece ci siamo trovati in mezzo alla strada».

Avete chiesto informazioni sulla procedura? 
«Sì, e non solo. Abbiamo cercato di andare per gradi, abbiamo anche scritto una lettera al commissario alla ricostruzione De Micheli, ma lei ha risposto sul tema alla Regione dicendo che le leggi sono quelle. Noi, semplicemente, avevamo chiesto la possibilità di stare nella casetta finché non fosse arrivato l’ok alla delocalizzazione. Ma siamo rimasti tagliati fuori. Abbiamo perso anche il Cas, il contributo di autonoma sistemazione».

Non vedevate l’ora di tornare? 
«Lui non poteva stare lontano da lì. Amava la natura, era innamorato del Parco. Lontano, sulla costa, si sentiva un lupo in gabbia. Noi non abbiamo scelto di rinunciare alla Sae, e questo va detto. Siamo stati costretti. Se fossimo stati nella casetta a Castelsantangelo, questo non sarebbe successo. Ce lo devono avere sulla coscienza, mio marito».

Come siete andati avanti, avendo perso tutto? 
«Ci restava solo il piccolo contributo del centro faunistico dove lui lavorava, era anche responsabile dell’ecomuseo e faceva attività di ricerca faunistica. Ultimamente tornavamo in paese circa due volte a settimana a dare da mangiare al lupo Merlino. Ma il centro faunistico era tutto da sistemare. E lui aveva perso la speranza, aveva perso la fiducia. Si è visto come vanno le cose lassù. Pare che non ci sia proprio la volontà di far ripartire il territorio distrutto».
 

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