MARIA SILVIA CABRI
Cronaca

Accabadora "Il nostro grazie a Michela Murgia"

Sabato al ’Fabbri’ di Vignola la trasposizione sul palco del grande romanzo. Della Rosa: "Io fortunata messaggera di una storia stupenda" .

Accabadora "Il nostro grazie a Michela  Murgia"

Accabadora "Il nostro grazie a Michela Murgia"

Sono molteplici i piani di lettura con cui il pubblico potrà interpretare ‘Accabadora’, lo spettacolo che sarà in scena sabato alle 20.30 al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola, dopo aver fatto tappa anche a Castelfranco. La regista Veronica Cruciani ha voluto trasportare sul palcoscenico il romanzo omonimo di Michela Murgia (che, come noto, ha vinto il Premio Campiello 2010), la scrittrice e intellettuale recentemente scomparsa, affidandosi al talento e all’intensità di Anna Della Rosa e alla drammaturga Carlotta Corradi per la traduzione scenica del testo. Il tema della maternità di fatto, dell’eutanasia (anche se il termine non viene mai utilizzato esplicitamente nel corso dello spettacolo), del nodo psicanalitico dell’evoluzione sono portati in scena con delicatezza e forza al tempo stesso, temi sempre attuali, in modo particolare negli ultimi anni.

Anna come si è preparata per la parte di Maria nello spettacolo ’Accabadora’?

"Il testo è ambientato in un paesino immaginario della Sardegna, protagonista è appunto Maria che a sei anni viene affidata a Bonaria Urrai come ‘fill’e anima’, una forma di adozione concordata tra il genitore naturale e quello adottivo. Bonaria fa la sarta e all’occorrenza è anche ‘accabadora’, ossia aiuta le persone in fin di vita ad andarsene. Quando Maria scopre la verità fugge nel continente, salvo poi tornare sul letto di morte di Tzia Bonaria. Un monologo al femminile che parte proprio dal ritorno di Maria sull’isola e conduce il pubblico dritto nel mezzo del silenzio fra le due donne, con il peso di un lungo tempo di separazione. Per calarmi nella parte ho lavorato con Michela Murgia, a casa sua: è stato umanamente un momento bellissimo oltre che professionalmente molto utile. Michela mi ha aiutata anche a restituire con l’accento sardo le parti discorsive: aveva anche registrato per me alcune battute per rendere credibile la parlata in bocca a me che sono milanese".

Quale il fulcro dello spettacolo?

"La crescita di Maria, che passa attraverso il dolore, la presa di coscienza di chi è ‘accabadora’, e la liberazione finale che passa anche attraverso la liberazione da una vita ormai priva di dignità. Quello che emerge è un rapporto d’amore, una relazione di cura che va oltre il vincolo di sangue, quello proprio dei ‘figli d’anima’. Michela Murgia ci ha descritto come si può essere madri e figli. Un rapporto d’amore che va oltre il biologico, l’aver partorito".

Il termine ‘eutanasia’ non viene mai citato in modo esplicito nello spettacolo…

"Viene narrata una storia che può riguardare tante persone e che coinvolge in primo luogo la compassione umana. Una vicenda concreta, non ideologica, che rompe le barriere mentali e arriva al cuore".

Lei ha interpretato questo spettacolo già prima della recente scomparsa di Michela Murgia. Cosa è cambiato ora? Sente come un ‘passaggio di testimone’ recitare in ’Accabadora’?

"Mi sento una fortunata messaggera di una storia stupenda. L’approccio allo spettacolo, dopo la sua morte, è cambiato istintivamente: provo tanta gratitudine per Michela per quello che ha trasmesso, incarnando quello che pensava. Le sono grata, come lo sono gli spettatori: come se ora la sentissimo ancora di più. Ha saputo lasciare, tra le tante cose, un’opera d’arte che continua nel tempo".