Modena, 18 marzo 2019 - Senza un attimo di tregua. Quarantotto ore da allievo ufficiale dell’Accademia militare di Modena non si dimenticano facilmente. È come entrare in un universo parallelo, in un luogo – ospitato nel Palazzo Ducale – che è parte integrante della città, ma allo stesso tempo sconosciuto ai più, denso di regole ferree e disciplina.

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«Non conosco l’impossibile», recita una colonna nel Giardino Fanti ed è quel motto ad accogliermi in Accademia un mercoledì pomeriggio come tanti altri. Intorno a me cadetti sempre di corsa (da tradizione ci si sposta così, al piano terra) e l’imponenza di un complesso affascinante e labirintico che ospita un migliaio di persone.

Il nostro cronista accolto in Accademia

A fare gli onori di casa, il tenente colonnello Bruno Billi, che dopo pochi passi nel cortile ‘Accademia Militare di Torino’, mi ferma davanti alla statua di Giulio Cesare. «Vede la mano sinistra che sembra indicare un numero? Nessun cadetto sfila da quella parte, perché è come se quel gesto presagisse la ripetizione del biennio».

Nulla è lasciato al caso: c’è un motivo preciso, per esempio, se si usano delle scale piuttosto di altre, o se il Piano d’Onore è percorribile solo in alcuni tratti. E mentre passiamo sul ‘Ponte dei Sospiri’, mi stupisco nel vedere gli allievi camminare a passo spedito rasenti al muro («È così per chi frequenta il primo anno»). Ad aspettarmi in un ufficio ci sono i tenente colonnelli Marco Nasi, Daniele Bugnano e Sergio Zito, e il tenente Daniele Mercuri.

Un momento delle esercitazioni a cavallo (Foto Fiocchi)

Tra le mani stringo il programma: sarò un cadetto del 200esimo corso ‘Dovere’. Le attività si susseguiranno per oltre 16 ore. Sento salire un po’ di timore. La mia stanza è la numero 311. Con me – saranno i miei angeli custodi – gli allievi Vincenzo Colella ed Edoardo De Rosa. Un attimo dopo, eccomi alla vestizione. Provo le divise, il basco e il cappello Due Pizzi. Vengo congedato. Alle 7,15 sono nuovamente all’ingresso dell’Accademia. Mi vesto per equitazione. Alle 8, alzabandiera nel Cortile d’Onore. Vivo la cerimonia dal loggiato insieme al comandante generale Stefano Mannino, che mi spiega la cerimonia fino allo Sfilamento con resa degli onori al comandante di reggimento, Giorgio Guariglia. Mi unisco all’adunata del plotone che è sull’attenti.

La giornata tipo del cadetto

Il qualificato di inquadramento ci concede il riposo e di corsa, cantando, raggiungiamo le scuderie. Non ho mai cavalcato, ma fortunatamente mi assegnano una cavalla docile di nome Idria. Un bookmaker darebbe la mia caduta per certa, ma a sorpresa riesco a non stramazzare a terra.

Abbiamo cinque minuti per cambiarci e raggiungere, sempre di corsa, la lezione di inglese. Altri scalini e corridoi infiniti, poi ecco l’aula 40. A pranzo, che in Accademia chiamano ‘seconda colazione’, ho l’impatto più duro con disciplina e bon ton. Ogni ragazzo deve chiedere il permesso all’allievo qualificato per qualsiasi tipo di azione: dal versamento dell’acqua all’uso dei condimenti. Esistono regole precise anche per la frutta. Scelgo un mandarino, e mi viene spiegato che devo ricavare una buccia unica, senza spezzettarla.

Allo scoccare del trentesimo minuto (e non importa se, come me, tu stia ancora per finire il dolce), si balza nuovamente sull’attenti. Volo a indossare la divisa mimetica per il maneggio armi. Sono solo le 14,30 e ho già fatto più cose di quante ne faccia solitamente in un’intera giornata.

Imbraccio un fucile d’assalto Arx 160 (ovviamente scarico). Imparo a inserire un caricatore e aprire l’otturatore. Alla simulazione di sparo, il peso dell’arma diventa come un macigno.

Doccia-lampo, nuovo cambio di divisa e seguo le lezioni di Etica militare e Plotone di Fanteria Leggera. La fatica, non solo fisica, sale, ma tengo botta. È il momento della cena, che resta per me un risiko intricato di regole. Non è finita. Il plotone scende per allenarsi a marciare. Ci metto un po’ a prendere il ritmo, poi indovino il passo giusto. Alle 22,30 risaliamo in camera per la sistemazione del posto branda. I minuti scorrono implacabili, c’è giusto qualche secondo per chiamare casa. Dopo l’ispezione, alle 23 spaccate si spengono le luci. Stordito dalle emozioni, fatico a prendere sonno anche se sono esausto.

Alle 6,30, l’urlo del buongiorno squarcia il silenzio dell’alba. I miei compagni scattano in piedi, fanno il cubo (il letto in modo militare) e si vestono con la tuta ginnica. Il tutto nel giro di sei minuti (io ce ne metterò il doppio). Dopo la colazione, vivo in prima persona l’alzabandiera con l’inno di Mameli. Sfiliamo in marcia ed è già tempo di precipitarsi a fare ginnastica. Il riscaldamento si rivela provante con giri di pista, flessioni e addominali. Ho il cuore in gola e baro un po’ con le ripetizioni.

Sto per tornare un cittadino normale. Preparo la valigia e tento di riordinare i pensieri. Faccio mia una frase sentita più volte in questi due giorni : «Servire la Patria». Ogni singolo atto quotidiano degli allievi si ispira a questo valore. E il saluto finale del comandante di reggimento Guariglia, racchiude tutto il senso di una vita al servizio del Paese. Scendo lo Scalone d’Onore. Poco lontano i cadetti corrono, indistruttibili.