Gian Galeazzo Boschetti e la moglie, Claudia D’Antona, morta nell’attacco
Gian Galeazzo Boschetti e la moglie, Claudia D’Antona, morta nell’attacco

Dacca (Bangladesh), 3 luglio 2016 - È sconvolto Gian Galeazzo ‘Gianni’ Boschetti, dopo avere visto l’orrore. È sconvolto, ma salvo: è uno dei sopravvissuti all’attacco di Dacca. Fatica a parlare, la voce quasi gli si spezza: «Mai, mai mi sarei aspettato una cosa simile», sussurra. Boschetti ha 56 anni ed è originario di Modena. Da sempre impegnato nel settore tessile, da 22 anni si è trasferito a Dacca, da quando ha iniziato a lavorare per la Gbs International Ltd. Nel 2002 è diventato socio di un’altra azienda, la Europoint Ltd, finché, nel 2012, ha fondato la Fedo Trading Ltd, specializzata in capi d’abbigliamento di diverso tipo. Sua socia era la moglie, Claudia Maria D’Antona, morta nel massacro. Sempre al suo fianco, anche venerdì sera, quando assieme hanno scelto di cenare all’Holey Artisan Bakery. Per l’ultima volta.

Boschetti, cosa è successo?

«Non lo so, non so niente...», inizia incerto. Poi, commosso, si sfoga: «Ho avuto tanta paura. Credo sia normale, ero terrorizzato».

Vi hanno aggredito durante la cena?

«Sì, ero a cena con mia moglie e un cliente, eravamo seduti nella veranda del ristorante. A un tratto ho ricevuto una telefonata e siccome il cellulare non prendeva bene mi sono allontanato, sono andato nel giardino del locale, un poco distante da dove gli altri erano seduti».

E poi?

«Quando ho finito la telefonata e ho riattaccato stavo per ritornare a sedermi e dunque mi sono voltato a guardare verso il nostro tavolo. In quel momento ho visto arrivare i terroristi. Erano armati fino ai denti, quasi in assetto militare. Avevano pistole, mitragliette. Urlavano e sembravano pazzi. Ho visto che facevano entrare tutti all’interno del locale. Anche mia moglie».

Quanti erano?

«All’inizio due, poi ne sono arrivati altri due».

Lei come ha reagito?

«D’istinto. Sono stato miracolato, se non fossi stato così distante dalla veranda ora non sarei qui. Ma ero lontano e loro non mi hanno visto, così ne ho approfittato e mi sono gettato dietro a un cespuglio. Lì nascosto non vedevo più niente, ed ero paralizzato dal terrore».

Quanto tempo è rimasto nascosto?

«Credo cinque, sei ore. Poi non ce l’ho fatta più e ho deciso di muovermi. Ho pensato: se resto ancora qui fermo, rischio di essere scoperto, dato che l’attacco non era ancora finito».

I terroristi non si sono accorti di nulla.

«No, sono stato fortunato. Credo che dopo così tante ore barricati dentro al ristorante anche loro fossero stanchi, magari erano disattenti e per questo sono riuscito a scappare. Decidere di muovermi dal nascondiglio non è stato facile. Ho scavalcato la rete che circondava il giardino e ho corso a perdifiato lungo la riva del lago lì accanto. Mi sono fermato a una clinica poco distante, dove c’era anche la polizia, che si stava preparando a intervenire».

Come poi è successo.

«Sì, il blitz è scattato verso le otto della mattina. Ma per mia moglie è stato troppo tardi. Più le ore passavano, più io perdevo la speranza di rivederla viva».

Lei vive a Dacca dal 1994. C’è stata un’escalation di violenza negli ultimi anni?

«La situazione è peggiorata molto, moltissimo, soprattutto di recente. Ma mai ci saremmo aspettati questo, mai avrei pensato fosse possibile un attacco simile».

Lei è di Modena: la sua famiglia è ancora in Italia?

«Sì, ci sono mia madre, che è molto anziana, e mio fratello».

Sta pensando di tornare da loro?

«Il mio lavoro, la mia attività mi imporrebbero di restare qui, in Bangladesh. Ma dopo quello che è successo, non so cosa farò. Forse valuterò un rientro in Italia. Ma è troppo presto per pensarci, non ho ancora avuto il tempo di rifletterci».