Adolfo Di Bella con la biografia del padre Luigi, per cui è stato premiato (foto Fiocchi)
Adolfo Di Bella con la biografia del padre Luigi, per cui è stato premiato (foto Fiocchi)

Modena, 29 settembre 2014 - Ha ricevuto un riconoscimento di prestigio il libro ‘Il poeta della scienza. Vita del professore Luigi Di Bella’, scritto dal figlio del grande scienziato morto a Modena nel 2003. La biografia del professore, redatta dal secondogenito Adolfo Di Bella, ha ricevuto il premio ‘Libro dell’anno 2014’ (settore Etica- Medicina e Società) dalla austriaca ‘Verein zur Förderung der Forschung Mare Nostrum’, istituzione iscritta al registro del Ministero degli Interni austriaco come organizzazione no-profit. I saggi hanno dato la seguente motivazione: «Dopo avere letto questo libro, si rimane sospesi in uno stato di profondo turbamento per il pensiero delle sofferenze morali causate dagli innumerevoli ostacoli che hanno caratterizzato particolarmente gli ultimi anni di attività professionale del professor Luigi Di Bella. Altre parole risultano superflue e sfuggono inesorabilmente lasciando spazio al silenzio della riflessione che avvolge il lettore».

Il libro è stato pubblicato nel 2012 dalla casa editrice Emmeci Edizioni e ripercorre la vita del medico, dall’infanzia siciliana alla grande fama di scienziato acquisita sul campo attraverso studi e ricerche nelle università più prestigiose, fino agli anni del contestato ‘metodo Di Bella’, ideato dal professore per curare i tumori e mai riconosciuto ufficialmente dal Ministero della Salute. 
Il libro, che non può prescindere dagli ostacoli incontrati da Di Bella per l’affermazione della sua ricerca, è un documentario della vita di quello che può definirsi un poeta della scienza: amante della cultura e della disciplina, dotato di una grande prontezza di spirito, votato agli affetti e alla famiglia oltre che alla medicina, dal libro esce la figura di un grande uomo prima che di un grande scienziato. 
La biografia si basa su documenti, lettere e ricordi trasmessi dallo stesso protagonista ai figli Giuseppe e Adolfo, ed è arricchita da aneddoti che svelano il lato umano, mai nascosto, del professor Di Bella. Adolfo Di Bella abita a Modena e da anni è impegnato, insieme al fratello Giuseppe, nella divulgazione dell’opera del padre Luigi, scomparso a 91 anni dopo aver dedicato la sua vecchiaia a visitare pazienti nel suo studio in via Marianini.

COME è nata l’idea di scrivere la biografia di suo padre?
«E’ stato un suo desiderio e ho cominciato a scriverla quando era ancora in vita. Mio padre era alieno dal protagonismo ma voleva rendere nota la sua storia per dedicarla ai giovani, per ispirare un’etica di vita, per diffondere il senso del dovere e del sacrificio, e indirizzarli a realizzare se stessi col suo esempio. E’ infatti riuscito a studiare pur provenendo da una famiglia povera, grazie alle borse di studio, e nella sua vita ha incontrato mille ostacoli, fino agli ultimi tormentati anni della sperimentazione del metodo Di Bella per la cura dei tumori. Sono riuscito a leggergli alcune pagine della biografia».

Andavano bene?
«Sì, stranamente. Era molto esigente, ma anche molto umano. Per gli studenti non era solo un docente, alcuni li ha aiutati anche economicamente, per quanto possibile. Così come per i pazienti non era solo un medico»

Qual è l’obiettivo del libro?
«Condurre il lettore attraverso la vita dell’uomo, la storia dei suoi tempi. Ho voluto mostrare il padre, il marito, il figlio, il professore e il medico servendomi dei documenti e dei quintali di lettere ritrovati, oltre che dei ricordi di famiglia. Ho impiegato sette anni per scriverlo». 

E’ stato difficile pubblicarlo?
«E’ stato pubblicato nel 2012 dopo grandi difficoltà. Il primo editore con cui avevo già firmato il contratto si è tirato indietro all’ultimo momento. Anche Modena come città non ha fatto molto per patrocinare la presentazione del libro. E’ stato invece il Comune di Fanano, dove riposa mio padre, a ospitare il primo evento».

Nella biografia racconta aneddoti della vita di suo padre...
«Sono partito dalla sua infanzia, quando correva per il paese siciliano con le scarpe rotte, ripercorrendo poi gli anni del liceo e dell’Università, quando cadde in mare con i libri. Fino ai suoi incarichi di professore, al giorno in cui ha deciso di studiare per combattere i tumori, per arrivare alla vecchiaia quando, ormai tormentato dai problemi di vista, a novant’anni visitava fino a dieci pazienti al giorno nello studio di via Marianini a Modena».

Cosa ha trovato nelle lettere?
«Tante sorprese, ho scoperto che intratteneva fitte corrispondenze con scienziati internazionali, come col premio Nobel Pauling. Dai documenti ho scoperto una cosa che mi ha fatto venire i brividi».

Quale?
«Mio padre, ai tempi dell’università, vinse quattro premi per le sue ricerche. L’ultimo studio, da neolaureato, fu notato da Guglielmo Marconi che allora (nel 1937) era il presidente del Cnr. Marconi contattò il ‘maestro’ di mio padre, il professor Pietro Tullio, il più grande fisiologo dell’epoca. Volle Luigi Di Bella al Cnr, ma l’incarico era come chimico e mio padre ringraziò e rifiutò perché voleva fare il medico. Marconi premiò comunque il suo lavoro e lo pubblicò sul volume annuale del Cnr».

E’ vero che Luigi Di Bella fu candidato al Nobel?
«Dal dopoguerra non viene più reso pubblico l’elenco delle candidature. Ma nel mondo scientifico, secondo indiscrezioni più che fondate, il nome di mio padre comparve tra i candidati nel 1989, per le sue ricerche sulla emopoiesi».

Ma dedicò la sua vita alla lotta ai tumori...
«Sì, dopo che il figlio di un suo amico, nel ’66, morì di leucemia. Da quel momento intensificò le sue ricerche».

Fino alla nascita del ‘metodo’.
«Sono stati anni di studi appassionatissimi e pieni di ostacoli, ricerche inimmaginabili. Il metodo di mio padre, così come venne da lui stesso esposto in Parlamento, ‘è una terapia che, se adottata in tempo utile e senza il ritorno negativo di altre terapie può ottenere risultati mingliori delle cure scientificamente approvate’. Ecco perché non ha condiviso la sperimentazione del suo metodo effettuata dal Ministero della sanità, con l’arruolamento di pazienti con un’aspettativa di vita molto bassa, dagli 11 ai 90 giorni. Malgrado ciò, su 347 pazienti valutabili, 167 avevano superato l’aspettativa di vita iniziale, 88 dei quali sopravvissero oltre 14 mesi dopo la sperimentazione. Ma questo non servì a riconoscere l’efficacia del metodo di mio padre».

Eppure, negli ultimi anni, c’era la fila di pazienti fuori dalla vostra porta...
«Era angosciante. Per riuscire a entrare in casa dovevamo telefonare, c’era la fila di pazienti. Ho visto scene drammatiche, toccanti, che ti cambiano la vita. E mio padre, alla sua età, li visitava tutti, per due ore a testa».