Suor Lucia
Suor Lucia

Fontanaluccia (Modena), 29 giugno 2016 - La porta della Casa è incorniciata da 14 piastrelle con le opere di misericordia corporali e spirituali: dar da mangiare agli affamati, visitare gli infermi, consolare gli afflitti... «Buongiorno», ci saluta suor Claudia, affacciandosi sulla soglia, mentre Paola va a stendere il bucato e suor Eugenia, nella saletta all’ingresso, guida una preghiera di metà mattina. Intanto in cucina suor Alessandra controlla la cottura dei piatti per il pranzo, e ne fa assaggiare un cucchiaio a uno degli ospiti, «Che ne dici?». Il sole cerca di spuntare fra le nuvole stamattina qui a Fontanaluccia, piccolo borgo della Val Dolo, 850 metri di altezza, provincia di Modena, diocesi di Reggio, qualche decina di chilometri di tornanti da Sassuolo, quasi una di quelle ‘periferie’ di cui parla Papa Francesco. L’ospizio Santa Lucia è stato la prima Casa della carità, fondata nel 1941 da don Mario Prandi, pietra angolare di un grande progetto di solidarietà che poi si è diffuso nel mondo: quella casa c’è ancora, con lo stesso spirito, «dare accoglienza alle persone più fragili: una piccola comunità, come una famiglia», spiega suor Claudia, consacrata della Congregazione mariana sbocciata già allora. «Dimostrate loro l’amore – raccomandava il sacerdote – perché è il Signore che si mette in loro». Per don Mario tutte le Case della carità erano come i grani di una corona del Rosario che le nonne di montagna, dopo aver pregato, appendevano a un chiodo sulla testata del letto: quella di Fontanaluccia era il chiodo che ‘reggeva’ anche le altre Case.

Sono una quindicina i componenti della ‘famiglia’, in questo angolo dell’Appennino: anziani senza parenti che possano assisterli, oppure persone con disabilità fisiche o psichiche che insieme ad altri trovano sostegno, amore e uno scudo alla solitudine. Tiziana, Paola, Giuseppino, un bimbo di 58 anni che è arrivato a Fontanaluccia quando ne aveva 9, Piero, chiuso nel suo silenzio... Con loro abitano quattro consacrate, due più giovani, suor Claudia (già infermiera al Sant’Orsola di Bologna) e suor Alessandra, con suor Eugenia e suor Lucia, 92 anni pieni di energia, che fu tra le quattro ragazze che seguirono don Mario nella sua straordinaria ‘avventura’. Maria Giubbarelli, che oggi avrebbe cento anni, fu la prima: don Mario la chiamò e lei si fece suora avviando la congregazione, «Era forte, una bersagliera», la ricorda con entusiasmo suor Lucia che non aveva ancora 17 anni quando si unì al piccolo gruppo iniziale.

Tutti insieme, qui, conducono una vita semplice, scandita dalla preghiera e dalle attività quotidiane, dalla Messa del primo mattino fino alla cena serale, e il grande tavolo è pronto ad accogliere anche noi e coloro che vogliono andare a portare un saluto. «Si mette in comune ogni cosa, anche i talenti che ognuno può avere», spiega suor Claudia. Qualcuno magari offre il braccio all’amico che cammina con difficoltà, qualcun altro sistema la tavola o mette in ordine. Non si paga una retta, questa non è una struttura protetta e non ci sono convenzioni pubbliche: ognuno condivide quello che ha, anche solo la pensione sociale, e con la cassa comune si affrontano le spese. Si vive di provvidenza e dell’aiuto di volontari che vengono a dare una mano: non è sempre facile, «ma il Signore non fa mancare nulla». Anche la casa (in origine era una vecchia osteria) venne donata a don Mario dai genitori di due ragazze disabili, «e durante la Resistenza fu perfino ospedale per i partigiani della Repubblica di Montefiorino», racconta il professor Lino Paini, tra i primi ragazzi accolti da don Mario, che negli anni ‘80 è divenuto poi sindaco di Frassinoro. Paini custodisce ancora il quaderno su cui don Prandi annotava tutti i ‘ricoveri’ di partigiani: per evitare che i tedeschi li scoprissero, li riuniva in una stanza con la scritta «Malattie infettive - tifo», e nessuno si azzardava a entrarci. In questo anno santo, la Casa è uno dei luoghi della Misericordia, «un luogo aperto a tutti coloro che vogliono vivere il Giubileo», spiega suor Claudia. Un luogo che, a 75 anni dalla sua nascita, può sembrare quasi anacronistico: «Qui si fa tutto per l’amor di Dio», osserva Lino Paini. E la povertà e la sofferenza che il mondo finge di non vedere trovano una parola e una mensa imbandita di carità, ma soprattutto di fede e di speranza.