Cavone (Modena), 13 luglio 2014 - Le autobotti caricano il greggio e partono. Destinazione? «Taranto», risponde Roberto Golinelli, responsabile di produzione al Cavone. Nessuna sospensione, qui si lavora ai ritmi di sempre (più o meno). Siamo entrati nella fabbrica del petrolio che «vale un milione di euro al mese», così nei conti dei padroni di casa. Unico campo in Emilia Romagna, 2 milioni di chili all’anno di greggio, vuol dire lo 0,5% della produzione nazionale. Ex Eni, oggi Gas Plus. Quattro pozzi in funzione, 34 anni di lavoro, le trivellazioni all’inizio, ora solo produzione. Una cittadella che si distende in solitudine in un pezzo di Bassa sonnacchiosa, tra Novi, San Possidonio e Mirandola, la concessione sfiora i 122 chilometri quadrati.

I pozzi a cavalletto — cavalletto di pompamento per i tecnici — spuntano di colpo in mezzo alla campagna, un rumore di sottofondo sempre uguale, giorno e notte, cric croc. E fa tanto Texas. Oltre la rete che difende gli impianti, con Golinelli fanno da guida il geologo della Regione Paolo Severi e Marcello Strada, l’ingegnere del Mise che comanda l’ufficio minerario del nord Italia. Nessuno aveva mai degnato di grande attenzione questi impianti. Poi un giornalista americano ha ‘liberato’ dai cassetti della Regione il famoso rapporto della commissione Ichese, esperti internazionali che hanno cercato di rispondere alla domanda: il terremoto emiliano del 2012 può essere stato innescato anche dai pozzi? «Non si può escludere ma nemmeno provare», la non conclusione dei luminari. Da maggio Regione, Mise e Gas plus stanno facendo test per provare a sciogliere l’enigma.

Il Cavone è diventato un laboratorio e, sono certi, farà scuola. La risposta alla domanda per ora è parziale (e rassicurante): la pressione non è cambiata da quando venne scoperto il giacimento negli anni Settanta. Basterà a scagionare per sempre i pozzi modenesi? Le conclusioni sono attese entro luglio. Sono in tanti ad aspettarle, dai comitati ai sindaci. Che con le royalties di sicuro non aggiustano i bilanci. «Noi ci guadagniamo sui 10mila euro all’anno. Va quasi tutto a Regione e Stato», fa sapere il primo cittadino di San Possidonio, Rudi Accorsi. Nei conti di Gas Plus, dal 2011, i diritti hanno garantito complessivamente 400mila euro all’anno.

Prima tappa al centro oli, il cuore del sistema, sperduto nelle campagne di Novi. La storia dice che qui negli anni Ottanta si lavoravano 100mila barili al mese, scesi tra i 25mila e i 18mila negli ultimi tre anni, ridotti a 13mila a maggio e giugno, nel periodo di monitoraggio innescato dalla commissione Ichese. Guardandosi attorno: spazi enormi, separatori di fluidi — olio, acqua e gas — capaci di trattare fino a tremila metri cubi al giorno ma usati per settanta. Tre enormi serbatoi per stabilizzare il greggio, ma oggi solo uno è utilizzato. Spostandosi di qualche chilometro si arriva al famoso pozzo di reiniezione numero 14 a San Possidonio, quello su cui si sono addensati i dubbi. Un gran silenzio, tutto fermo ma è il ciclo di produzione a prevederlo, oggi. Condotte chilometriche portano il greggio al centro oli. Il gas estratto, è «in produzione trascurabile e finora non commercializzato». Tra tante domande che restano aperte, alla fine è chiara una cosa: il Cavone, per dirla con Golinelli, «è in coda di produzione. Una data di chiusura? Ancora non c’è».

Rita Bartolomei