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17 apr 2022

Contrae l’epatite con la trasfusione Ministero condannato a risarcire

Spilamberto, una donna ora convive con la malattia. Lo Stato dovrà versarle 20mila euro, oltre all’indennizzo

Era stata ricoverata all’ospedale di Palermo, dove viveva all’epoca nel lontano 1981. A causa di una trasfusione infetta, però, da allora si trova a dover combattere contro l’epatite C che, inevitabilmente, ha condizionato la sua vita. Dopo una causa durata nove anni una donna residente a Spilamberto ha finalmente ottenuto giustizia. Infatti la seconda sezione civile della corte d’Appello di Bologna ha confermato la sentenza pronunciata in primo grado, che condannava Ministero della salute e assessorato della Regione Sicilia – che avevano presentato appello – ad un risarcimento danni a favore della donna. La modenese aveva già ottenuto l’indennizzo in base alla legge 2101992 che prevede un riconoscimento economico a favore di persone danneggiate irreversibilmente da complicanze insorte a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni di sangue e somministrazione di emoderivati. La donna, 63 anni, era stata ricoverata all’ospedale a seguito di complicanze post parto: un’emorragia che aveva portato alla necessità di sottoporla a trasfusioni. Nel 2007, a causa di malessere diffuso la donna si era sottoposta ad accertamenti che avevano confermato come fosse affetta da Epatite C cronica. Da quel momento la 63enne aveva richiesto visite specifiche al fine di risalire al contagio ed era appunto emerso il nesso causale con l’emotrasfusione. Nel 2009 aveva quindi presentato domanda all’Ausl di Modena e la commissione ospedaliera le aveva riconosciuto i benefici legati alla legge 210. Nel presentare appello alla sentenza pronunciata in primo grado Regione e assessorato avevano escluso invece il nesso di causalità, sottolineando come nelle controversie in materia di trasfusioni ematiche, la responsabilità del Ministero della Salute sia configurabile solo per le infezioni insorte dopo l’acquisizione da parte della scienza medica delle nozioni capaci di isolare il virus e quindi di elaborare protocolli idonei ad identificare e scartare il sangue infetto. La corte però ha sottolineato come fosse già stato effettuato l’accertamento del nesso causale da parte della commissione medica in sede di riconoscimento dell’indennizzo. Essendo la commissione organo di Stato, l’accertamento è da ritenere imputabile allo stesso Ministero. Regione e Ministero avevano quindi fatto presente che anteriormente alla scoperta del virus da parte della scienza, il contagio non era prevedibile.

I giudici hanno invece ribadito il consolidato orientamento giurisprudenziale, secondo il quale in caso di patologie conseguenti ad infezioni da Hiv o Hcv derivate da emotrasfusioni o somministrazioni di emoderivati, sussiste la responsabilità del ministero della salute anche per le trasfusioni eseguite in epoca antecedente alla conoscenza scientifica di tali virus dal momento che già dagli anni 60 l’epatite B era stata scoperta ed era noto il rischio di trasmissione di epatite virale, quindi era possibile la rilevazione indiretta del virus. Le parti sono state quindi condannate a risarcire la modenese per circa 20mila euro. "Esprimo soddisfazione per la sentenza – afferma l’avvocato Elisa Ferrarello che assiste la donna insieme al collega Pietro Frisani – oltre al riconoscimento del ‘danno’ la sentenza è fondamentale per tutte le altre persone che hanno contratto il virus con l’emotrasfusione. Oltre all’indennizzo è possibile ottenere un risarcimento".

Valentina Reggiani

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