Angela Tripodi
Angela Tripodi

Modena, 26 marzo 2020 - «Si rivolgono a noi per tutto: informazioni su Inps, Inail, febbre, ricette ma soprattutto sostegno. Siamo diventati un call center ma ci sentiamo impotenti: è terribile". Così Angela Tripodi, medico di famiglia, che, dall’altra parte della cornetta, trasmette tutto il suo rammarico per non poter essere più vicina ai propri pazienti.

Le schede L'ultima autocertificazione - La scoperta del Cineca - Consigli per i genitori - I sintomi a cui fare attenzione

"Le prime due settimane sono state drammatiche: non avendo coscienza della pericolosità e virulenza abbiamo visitato il ‘mondo’; mi sono trovata a fare diagnosi su persone positive, arrivate da Milano ma pure modenesi che lo scorso 12 marzo hanno svolto un concorso a Piacenza. Non eravamo protetti a sufficienza perché il messaggio è arrivato dopo. Non li abbandoniamo neppure adesso i nostri pazienti – sottolinea Tripodi - li conosciamo, sappiamo chi è l’ansioso, chi è coscienzioso e chi è incosciente e cerchiamo di intuire il probabile contagiato facendo domande ben precise a partire dai contatti, dai sintomi. Tutto questo per l’intera giornata. Poi mi chiudo in laboratorio per fare i certificati, chiedendomi quali siano giusti o meno: è la burocrazia che ci stanca molto più della parte umana dove ci metti con tutto il cuore. E mi sento impotente: ho fatto una corsa contro il tempo per riuscire ad ottenere una tac per un ragazzo con un sospetto tumore polmonare: come facciamo con gli oncologici? Non sono protetti e neppure i cronici. Questa emergenza ci ha presi così tanto che ci sta sfinendo. E dobbiamo fare tutti i conti con le paure, le possibilità di contatto". Dicevamo – e con estrema amarezza – che questa ‘bestia’ colpisce solo persone anziane, "ma ora sta prendendo ragazzi giovani e l’unica speranza è riuscire a fare muro ma la gente, purtroppo, non ha percezione della gravità. Se ce la avessero la smetterebbero di correre per i prati. Anche se oggi, uscendo, vedi una Modena con le serrande abbassate e ci si guarda con sospetto: ci osserviamo come se tutti fossimo untori".

«E’ un dispiacere non vedere i nostri malati – conclude Tripodi – non è una questione di scienza ma di pietà: ora dobbiamo salvare le persone dalle loro paure: sono terrorizzate e noi siamo un filtro. La parte più brutta ti resta addosso ma non devi farla vedere anche se, dopo un mese, la forza comincia a venire meno. La città traspira dolore, paura e impotenza ma noi dobbiamo dare coraggio. La verità è che tanti operatori sanitari iniziano ad avere problemi di salute perché quello che stiamo vivendo è più grande di tutti noi. Smettetela di dire che siete stanchi di stare a casa: leggete, cucinate, state coi vostri figli perché fuori è brutto".

v.r.