Michele Zoli, direttore del Dipartimento di Scienze biomediche, metaboliche e neuroscienze
Michele Zoli, direttore del Dipartimento di Scienze biomediche, metaboliche e neuroscienze

Modena, 27 aprile 2020 -  Nel pensiero comune la nicotina è accostata alla sfera negativa della nostra salute (e non ci sono dubbi a riguardo), ma se associata ai recettori nicotinici potrebbe rivelarsi – a sorpresa – un’arma in più contro il Covid-19. Ne è convinto un Consorzio internazionale a cui partecipano alcuni ricercatori dell’Università di Modena e Reggio Emilia, impegnati nello studio degli ipotizzati effetti positivi per contrastare l’infezione da Sars-Cov-2. La ’squadra’ è coordinata da Michele Zoli, direttore del Dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze di Unimore.
 

Professore, l’indagine in corso esplora i possibili benefici dei recettori della nicotina sul contagio da Coronavirus. Può spiegarci di cosa si tratta?
"L’ipotesi alla base del nostro studio prende spunto da ricerche epidemiologiche che mostrano una percentuale relativamente bassa di fumatori tra i malati gravi di Covid-19. È possibile quindi che nel fumo di sigaretta siano presenti sostanze che riducono il rischio di infettarsi con SARS-Cov-2 o di contrarre forme gravi della malattia. La nostra ipotesi è che questa sostanza sia la nicotina tramite il legame con i recettori nicotinici. Alcune conseguenze dell’attivazione del recettore nicotinico potrebbero essere importanti per contrastare la malattia Covid-19. Ad esempio, un effetto tra i più importanti dei recettori per la nicotina è controllare alcuni dei meccanismi dell’infiammazione. Diversi farmaci attivi sul recettore nicotinico sono in sperimentazione clinica per questa attività anti-infiammatoria".
 

Bisogna però evitare equivoci. Un conto è parlare di recettori, un conto del fumo della sigaretta che resta letale per la nostra salute, vero?
"Certo, su questo tema non si è mai abbastanza chiari. Il fumo di sigaretta è fra le principali cause di morte evitabile nei paesi industrializzati e sempre più anche in quelli in via di sviluppo. In Italia muoiono ogni anno per malattie dovute al fumo di sigaretta circa 80mila persone. Con il Covid-19 siamo arrivati a circa 26mila decessi. Sarebbe insensato tentare di curare una malattia causandone altre non meno gravi".
 

In che direzione vi state muovendo per isolare questi recettori e usarli eventualmente contro il Coronavirus?
"I recettori nicotinici sono stati molto studiati nel cervello in relazione agli effetti psicoattivi della nicotina, ma sono presenti in molte altre cellule del nostro corpo sia cellule immunitarie sia cellule epiteliali come quelle dei polmoni. Questi ultimi recettori sono molto meno conosciuti. Noi vorremmo capirne meglio le caratteristiche ed il funzionamento ed indagare se sono realmente coinvolti nella protezione dal Covid-19".
 

Quando si parla di ricerche di questo tipo non sono mai chiare le reali tempistiche. Ecco, le chiedo, a suo parere quanto tempo sarà necessario per valutare esattamente se la strada presa sia quella giusta e, successivamente, passare alla realizzazione del farmaco vero e proprio?
"Penso che, attraverso uno sforzo lavorativo molto importante, i gruppi coinvolti possano essere in grado in 3-4 mesi, ovvero entro la fine dell’estate, di avere le prime evidenze scientifiche in grado di avvalorare la nostra ipotesi. Naturalmente, la comprensione completa dei meccanismi biologici richiederà molto più lavoro e tempi più lunghi. Peraltro, se questi primi studi daranno indicazioni positive di una potenziale azione protettiva si creeranno le condizioni per attivare immediatamente delle sperimentazioni cliniche sui malati di Covid-19 con farmaci attivi sui recettori nicotinici, di cui sia già nota la tollerabilità per l’uomo perché valutata in altre terapie".

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