Modena, 22 febbraio 2020 - Adesso sì che è rilassato Michel Talignani. Lo si nota già da lontano, mentre si avvicina al cancello della sua villa di Montale: jeans, scarpe da ginnastica, una maglietta con su scritto ironicamente ’Gran Hotel Cecchignola - Colonia Corona 2020’ e un sorriso che non finisce più. Non sono passate nemmeno 10 ore da quando è sceso dal pulmino che da Roma lo ha riportato a casa da sua moglie e dai suoi due figli: il passaggio glielo hanno offerto ieri notte le ’Iene’ col loro inviato Matteo Viviani. E poco dopo Michel, dipendente System di 45 anni, è lì sul suo divano azzurro a ripercorrere ogni tappa della sua avventura. In un fotoromanzo la sua espressione avrebbe un solo fumetto possibile, la parola ’Finalmente’.

«Il ritorno a casa è una felicità indescrivibile – dice subito – ora devo solo tornare alla normalità. No, non so cosa mi faranno mangiare per pranzo oggi: c’è mia suocera ai fornelli e non me lo ha voluto dire. Sarà una sorpresa, e va benissimo così". Ma prima di riavvolgere il nastro dell’ultimo mese, tanto è durata la vicenda tra Wuhan e la Cecchignola, l’attualità e le ultime notizie provienienti dalla Lombardia irrompono inevitabilmente nel discorso.

Michel Talignani al ritorno a Montale con la moglie (FotoFiocchi)

«La preoccupazione viene anche dal fatto che se ne sa ancora troppo poco di questo contagio nel Lodigiano – commenta Michel –, quindi credo sia presto per fare delle valutazioni certe. Dai discorsi che sto sentendo sul fatto che i 14 giorni di quarantena siano o meno sufficienti, a quelli sul ’quando’ ci sia stato il primo contagio tra le persone tornate dalla Cina e il marito della coppia. Dovranno stabilire quando il primo individuo ha contratto il virus, a quando risale il primo sintomo. E non sarà faclie, perché il coronavirus ha gli stessi sintomi di una normale influenza stagionale".

Da lì la chiacchierata si allarga alle contromisure prese dall’Italia e ai casi di discriminazione nati intorno alle comunità cinesi. "Secondo me siamo il Paese numero uno – continua Talignani – sulla gestione delle emergenze, l’ho toccato con mano con l’assistenza ricevuta. Semmai siamo un po’ un ’diesel’: magari partiamo piano, ma una volta che la macchina si è messa in moto siamo i migliori. Per il resto, certe discriminazioni esagerate nei confronti dei cinesi qui in Italia non sono comprensibili, a partire dal boicottaggio assurdo di bar e ristoranti gestiti da loro. In certi comportamenti vedo piuttosto una diffusa diffidenza verso le altre etnie, un po’ di paura del diverso. Altra cosa sono invece i controlli, quelli ci devono essere. Trovo giusto che chi arriva in questo periodo dalla Cina sia controllato, che resti in casa per precauzione un paio di settimana e che soprattutto venga bene informato su come comportarsi in caso di sintomi sospetti. Piuttosto il pericolo maggiore ora viene da quell’unico contagiato in Africa: non è un continente attrezzato per queste cose, ha solo 7 laboratori in grado di diagnosticare il nuovo virus. E con tutti i clandestini che sbarcano sulle nostre coste eludendo i controlli...".



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Poi , facendo un passo indietro, si torna alla quarantena vissuta dal ’site-manager’ 45enne. E il pensiero del lieto inietta subito un’altra leggerezza al racconto. "Devo essere sincero – rivela Michel –, i veri festeggiamenti sono iniziati di fatto il 14 febbraio. Quel giorno sono arrivati gli esiti di conferma sulla negatività al virus di tutti gli italiani in quarantena. E abbiamo visto la luce in fondo tunnel, tanto che è nata l’idea di regalare queste magliette (e indica la scritta sul petto, ndr ) ai medici e agli infermieri, tutti encomiabili. Poi abbiamo deciso di stamparle anche per noi: ormai eravamo una grande famiglia. La tensione era calata ed è stato naturale gettarsi un po’ nell’autoironia. Ad ogni modo mi sono annoiato molto più a Wuhan, chiuso in albergo, che alla Cecchignola, dove c’era il Centro olimpico e potevamo giocare a calcetto, a ping-pong, correre o giocare a carte".

Già, Wuhan. I primi i giorni là sono stati difficili: Talignani non ha problemi ad ammetterlo. "Più per le notizie contrastanti che arrivavano dall’Italia, dalla Cina e dal web, e non perché avessi paura di aver preso il virus – spiega –: non ne avevo avuto il tempo. Sono atterrato il 22 gennaio, al pomeriggio ho visitato il cantiere e la sera sono rimasto in albergo. La mattina dopo abbiamo subito capito che qualcosa non andava: in un hotel immenso eravamo rimasti solo noi, cinque italiani. Abbiamo contattato l’azienda per organizzare il rientro, ma poche ore dopo la città era blindata. Non ci siamo più mossi fino al 2 febbraio, giono del rientro in Italia".

E la Cina? Non ci ha fatto un grande figura. "Si è mossa con molto ritardo – conclude Michel –, i primi contagi risalgono al 19 dicembre. Dovremmo imparare a fidarci meno di quel che ci dicono. Non so se ci tornerei: lasciamo passare questa epidemia, poi vedremo. Il mio visto, guarda che sfortuna, è scaduto proprio ieri...". Poi è la moglie di Michel, Valeria Corni, a chiudere la chiacchierata con un accento positivo, non senza commuoversi. " In quei momenti così difficili – dice – ci siamo comunque rivelati più forti e uniti di quanto pensavamo. Spesso la vita matrimoniale e la routine ti portano a non vedere più chi hai di fianco, invece ci siamo un po’ riscoperti come persone".