Modena, 13 aprile 2021 - "I nostri territori tra Modena e Bologna, dove la prima ondata di Coronavirus aveva colpito un po’ meno rispetto all’area emiliana di Parma e Piacenza, sono stati colpiti violentemente nella seconda ondata dello scorso autunno. Perché? Dal punto di vista statistico ci sono delle ipotesi da farsi in termini di possibile immunizzazione anche senza raggiungere il 70% della vera immunità di gregge".

A spiegarlo è il professor Marco Vinceti del Dipartimento di scienze biomediche, metaboliche e neuroscienze di Unimore che in questi mesi ha lavorato con i colleghi Tommaso Filippini, medico igienista dell’ateneo, la loro laureanda Silvia Di Federico, Nicola Orsini dell’Università di Stoccolma e Kenneth Rothman della Boston University.

"Noi – continua il docente – non essendo epidemiologi, ma matematici statistici analizziamo la prima e la seconda ondata dal punto di vista dei numeri. Facendo in particolare delle ipotesi, partite quando abbiamo visto che i territori del focolaio italiano dello scorso marzo a Vo’ Euganeo, a Lodi, a Piacenza e Bergamo, sono stati quasi del tutto risparmiati dalla seconda ondata dopo l’estate scorsa. Ci siamo chiesti appunto perché. Anche in Emilia Romagna del resto è andata così: nella prima parte dell’epidemia sono state tantissime le infezioni prima a Piacenza e Parma fino a Reggio, meno a Modena e sempre meno andando in direzione della costa adriatica. La seconda ondata è stata un po’ il contrario: malissimo la Romagna e poi malissimo anche Bologna e Modena mentre numeri più lievi nelle zone emiliani colpite nella prima ondata".

Il prof mette in guardia: "E non è certo per l’immunità di gregge, che quei territori delle prime infezioni non hanno sfortunatamente raggiunto, ma allora perché pur essendoci lo stesso tanti ‘infettabili’ i numeri sono stati lo stesso molto più bassi?". A questo punto i numeri e le dimostrazioni statistiche lasciano il campo alle ipotesi secondo il pool di studiosi.

"A nostro modo di vedere – prosegue Vinceti – le ipotesi per questo fenomeno curioso, ma evidente, possono essere tre. Nelle zone colpite così duramente nel marzo 2020 tra Piacenza e la bassa Lombardia le persone hanno imparato ad agire con maggior prudenza e si sono protette di più. Ma questa ipotesi non è sufficiente perché gli italiani sono distribuiti in modo indifferenziato sui territori. Intendo dire che non ci sono differenze di classe, di accesso alle informazioni, alle cure eccetera".

Le altre due ipotesi della squadra di lavoro di Unimore sono dunque maggiormente interessanti: "Un’altra ipotesi parte dal fatto che nei territori della prima ondata si riteneva avessero raggiunto l’immunità il 5-10% della popolazione, ben lontana dalla immunità di gregge da fissarsi almeno al 50% del totale. Noi non siamo immunologi, ma forse a quel 5-10% occorre aggiungere tutte le persone che hanno visto scattare le immunità dettate dallo sviluppo dei linfociti T che si attivano in occasione di tante infezioni umane oppure molti hanno sviluppato cellule immunitarie di altri coronavirus come il raffreddore. Inoltre nella prima ondata sono stati individuati praticamente tutti i superdiffusori, quelle persone dotate purtroppo di grande capacità infettante".
 

Tutto ciò avrebbe reso più debole la seconda ondata a Piacenza e molto più forte a Modena, Bologna, in una sorta di "correlazione inversa" da tenere presente oltre agli indispensabili vaccini. "Essere riusciti a studiare più in dettaglio l’andamento e la correlazione delle prime due ondate di questa pandemia è sicuramente un valore aggiunto dal punto di vista di Sanità Pubblica – aggiunge Tommaso Filippini–. Infatti, una maggiore comprensione delle dinamiche epidemiche, assieme allo studio di altri determinanti come i fattori ambientali e meteoclimatici e le caratteristiche della popo lazione colpita, potranno permettere, in un’ottica predittiva, di avere una maggiore consapevolezza su quello che ci potremo attendere riguardo l’andamento di future epidemie su scala globale.