La storica fabbrica De Tomaso rifugio di sbandati e senzatetto (foto Fiocchi)
La storica fabbrica De Tomaso rifugio di sbandati e senzatetto (foto Fiocchi)

Modena, 24 settembre 2014 - I buchi nella rete intorno all’ex area produttiva sono i varchi aperti dagli invisibili che ogni notte vivono nascosti nei due immensi stabilimenti abbandonati. Alla nostra vista le lepri scappano tra l’erba incolta e qualche fagiano vola via terrorizzato. La fabbrica della De Tomaso in via Virgilio è ormai terra di nessuno da dieci anni (il fallimento è datato 2004), luogo di conquista di senzatetto e scalmanati, che nelle notti di adrenalina invadono i vecchi spazi per spaccare tutto quello che gli capita a tiro. La Terra di Motori, di cui Modena è il tassello più importante con Ferrari e Maserati, è patria anche di marchi ormai morti e sepolti.

Scuderie come la De Tomaso, conosciuta dagli appassionati delle quattro ruote in tutto il mondo, naufragata in una fine malinconica. Fondata sotto la Ghirlandina nel 1959 dal pilota argentino Alejandro De Tomaso, l’azienda ha dato i natali a vetture sportive di alto profilo come la Vallelunga, la Mangusta e la prorompente Pantera, voluta nientemeno che da Elvis Presley nella sua collezione personale.

Nel 2003 la morte improvvisa del patron fu il preambolo alla procedura di fallimento avviata un anno dopo. Ciò che rimaneva del marchio fu messo in vendita, compreso lo stabilimento modenese, esteso per oltre 5mila metri quadrati, che ad oggi non ha ancora trovato un acquirente, nonostante le ripetute aste andate sempre deserte (la prossima è fissata per il 26 settembre). Cosa resta oggi del celebre brand modenese? Un covo di degrado inimmaginabile. Uno spaccato di squallore (testimoniato recentemente anche da un servizio di TvQui) che ha accompagnato passo per passo il nostro viaggio nella fabbrica abbandonata.

Uno dei passaggi abusivi nella recinzione ci proietta immediatamente davanti a quella che un tempo era la palazzina degli uffici, nonché ingresso per visitatori e clienti. Qui il caos regna sovrano, con i pannelli dei soffitti penzolanti nel vuoto, sospesi sopra decine di scaffali e scrivanie rivoltate su se stesse. Ci sono poltrone tagliate in brandelli e sedie spezzate. Ovunque vecchi schedari con fatture ingiallite e stropicciate, risalenti addirittura agli anni ‘80, come se gli impiegati fossero fuggiti da un giorno all’altro senza nemmeno il tempo di impacchettare tutto.

Camminare è difficile, in quanto i pezzi di vetro delle finestre divelte sono sparsi in una sorta di sentiero sconnesso. Le tracce dei bivacchi sono indizi disseminati qua e là: scarpe nascoste nella vegetazione, camicie logore appese ai rami, resti di cibo e bottiglie. Imponente il primo edificio affacciato su via Ovidio. Le entrate sono aperte e i finestroni che corrono intorno alle mura sono sventrati. All’interno c’è di tutto: manuali ammuffiti, materassi sudici, cartelline di cuoio, poster della storica Pantera, pneumatici, taniche d’olio e un concentrato di sporcizia indefinibile.

Uno spettacolo desolante, sovrastato da un fuoristrada incidentato marchiato Uaz, uno dei pochi veicoli figli dell’accordo che la De Tomaso sottoscrisse coi russi a inizio anni 2000 nel tentativo di risalire la china. In rovina anche il capannone accanto, dove un tempo venivano assemblati i prototipi di alta gamma.

E per nostra grande sorpresa, proprio le coperture di quattro automobili da sogno svettano nel marasma generale. La polvere sui telai non ne hanno intaccato l’aspetto dinamico e moderno. Cosa si può fare oggi per uno spazio di queste dimensioni? Per il curatore fallimentare, Claudio Garofalo, resta la strada della trattativa privata, ma difficilmente di questi tempi si farà avanti qualcuno. Al momento il prezzo del terreno è fissato a circa 5 milioni di euro, e l’unica speranza è che un compratore intraprendente voglia scommettere sull’area per aprire una nuova attività. Nel frattempo alla De Tomaso regna il nulla, in uno scenario che definire post-apocalittico non è lontano dalla realtà.