INDIMENTICATO In alto, don Giorgio Govoni con Papa Wojtyla. Sopra, il sacerdote con uno dei camion che era solito guidare  e alla guida di un corteo con un megafono
INDIMENTICATO In alto, don Giorgio Govoni con Papa Wojtyla. Sopra, il sacerdote con uno dei camion che era solito guidare e alla guida di un corteo con un megafono

di STEFANO MARCHETTI

– FINALE EMILIA –

LUI era un entusiasta, un trascinatore, sempre pronto a darsi da fare. In una foto lo vediamo in divisa da bersagliere, al comando di una piccola fanfara, durante la «Maggiolata» dove la fantasia andava al potere, in un’altra immagine è con una banda di bimbi divertiti. Un altro scatto invece ce lo mostra durante la Messa, raccolto e concentrato all’elevazione del calice, oppure sorridente di fronte a Papa Giovanni Paolo II che gli stringe un braccio. «Era impossibile non volergli bene», ricorda emozionato uno dei ragazzi di don Giorgio Govoni, uno di quelli che lui ha accompagnato nella crescita personale e spirituale. Proprio oggi sono 15 anni che don Giorgio non c’è più: il 19 maggio 2000 venne stroncato da un infarto, sopraffatto dalle incredibili accuse che gli erano state rivolte. Chi lo conosceva bene sapeva perfettamente che don Giorgio non era un orco, come veniva dipinto nell’inchiesta: non avrebbe mai potuto esserlo. Lui, il prete camionista, che si era sempre speso per tutti, si era trovato in un uragano troppo violento. Soltanto dopo la sua morte il castello di accuse si è sbriciolato: purtroppo troppo tardi.

A 15 ANNI dalla scomparsa, presso la sala Ideattiva di Massa Finalese don Giorgio viene ricordato in una commovente mostra (promossa dall’associazione Il Porto e da varie parrocchie della Bassa): dall’infanzia all’ordinazione sacerdotale, fino ai momenti più lieti della comunità, le feste, i campeggi, le sagre con gli antichi mestieri, don Giorgio rivive nelle sue qualità. «Ricordati che il bene non fa rumore, ma scava radici profonde», diceva. E lui, sicuramente, del bene ne ha fatto tanto a tanti. «Un notte alle 4 una signora con un bambino suonò alla porta della canonica a Massa: chiedeva alloggio – ricorda il fratello Giulio –. Don Giorgio non ebbe dubbi: le trovò un tetto, anche a quell’ora. Non la poteva lasciare all’addiaccio». Grazie alla sua iniziativa, dalla fine degli anni ‘80 a San Felice si avviò l’attività del ‘Porto’, un approdo per quanti cercavano casa e lavoro. Oggi a San Biagio c’è una casa di accoglienza e nella Bassa 25 alloggi: danno ospitalità a 85 persone fra cui 30 bambini.

«DON Giorgio aveva il Vangelo nel cuore, nelle mani e nei piedi», ha detto monsignor Giuseppe Verucchi, arcivescovo emerito di Ravenna, che fra il 1987 e il 1997 fu vicario della diocesi di Modena. Certo, forse è stato a volte troppo ‘avanti’, perfino scomodo: ma a ben pensare, già trent’anni fa metteva in pratica quello che Papa Francesco oggi ribadisce in ogni intervento, la necessità di aprirsi agli altri, «il comandamento nuovo di Gesù, amarsi gli uni gli altri», ha aggiunto don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile di Milano, che a San Biagio ha inviato molti dei suoi ragazzi difficili per offrire loro una nuova chance. Stasera a XII Morelli (Ferrara), dove don Giorgio era nato, monsignor Verucchi celebrerà la Messa in suo ricordo, poi una processione con le fiaccole si muoverà verso il cimitero dove il sacerdote riposa. Di sicuro ha trovato la Giustizia per sempre.