Edda Panini nel gruppo
Edda Panini nel gruppo

Modena, 11 settembre 2018 - Non è la fine di una dinastia, perché gli eredi, fra figli e nipoti e pronipoti, sono un esercito. Ma con l’addio di Edda Panini, spentasi a 91 anni, si chiude un’epoca trasfigurata in leggenda. La leggenda della famiglia Panini: gli otto rampolli, quattro maschi e quattro femmine, di Antonio e Olga, tutti insieme hanno contribuito a edificare (forse persino inconsapevolmente) un ideale monumento alla modenesità buona, alla operosità illuminata che, almeno qualche tempo fa, era in grado di anticipare e vincere le sfide della modernità.

Probabilmente tutte queste alate parole non piacerebbero ad Edda, che era meravigliosa nella sua semplicità genuina. E poi, lo dico con una punta di commozione, lei era quasi una collega. Quasi, nel senso che lei scriveva meglio di me. Ci siamo visti l’ultima volta il 24 luglio scorso, su nella casetta del Castagneto, nel Frignano. Mi aveva raccontato la sua passione per la scrittura. «Amo comporre poesie – aveva sussurrato – Ho cominciato quando avevo già 73 anni e non mi vergogno a confessare che quando ho ricevuto i complimenti per i miei versi in dialetto mi è venuto da piangere…». Ah, Edda! Classe 1927, come la mia mamma, aveva 14 anni quando il destino l’aveva resa orfana del padre. Olga, la madre, era disperata, attorniata da un nugolo di monelli e ragazzine. Fu lei, adolescente, a farle coraggio: ce la faremo, le disse, uniti ce la faremo.

Io credo che sia stata questa fortissima coesione di gruppo a cementare il mito dei Panini. Non ci sarebbero state le figurine senza quell’impasto di umanità che legava Veronica e Giuseppe, Umberto e Norma, Maria Luisa e Franco, Edda e Benito. Appartenevano ad una Italia che non c’è più, una Italia che forse sarebbe il caso di rimpiangere sommessamente, per quei valori puliti che esprimeva. E non c’entrava la politica, non c’entrava la rincorsa al benessere, non c’entrava la fuga dalla miseria: il motore di tutto era l’amore, fidatevi.

Ecco, Edda Panini ha amato le sue origini e le sue radici con una vitalità impressionante. Aveva 11 anni quando le dissero che i sogni della scuola erano finiti. Aveva in mente i versi dei poeti e invece doveva lavorare a maglia, sistemare calze velate, trasformarsi in sarta. Eppure, c’è qualcosa che unisce un rammendo ad una rima del Petrarca.

«Io non mi sono mai sentita povera – mi aveva spiegato – Anche se non avevamo niente e siccome io ero la femmina più piccola a me venivano affidate le mansioni più umili. Andavo a raccogliere le spighe di frumento per portarle al mulino di San Lazzaro. Una volta, era il 1942, riuscii a comperare un carro di patate da un tizio che forse le aveva rubate, le patate. Ma se non altro per un anno in casa ci fu qualcosa da mangiare…».

Bersaglio allegro degli scherzi dei fratelli, poetessa in incognito, nel 1952 si era sposata con Loreno Leoni, un bravo ragazzo del Frignano. Lo aveva seguito giù al sud, lui lavorava in un salumificio a Maddaloni. Arrivarono i bambini e con loro la tragedia.

«A Pierangela la primogenita si era sommato Valerio. Un virus fulminante me lo portò via che aveva appena nove mesi e così ho chiamato Valerio anche il terzo figlio. Lo sai che non c’è stato giorno della mia vita in cui io non abbia pensato a quell’angelo che avevo perduto?».

Segnata ma non piegata, con il marito e i ragazzi era poi tornata a Modena quando l’Impero delle Figurine aveva inaugurato la sua marcia trionfale. Giuseppe, Franco, Umberto e Benito continuavano a prenderla in giro affettuosamente e lei li lasciava fare, in fondo si sentiva, a dispetto della anagrafe, quasi una seconda mamma. E la sua attenzione alle piccole cose si traduceva nel contributo che dava alla azienda del ‘ce l’ho, manca, ce l’ho, manca’: era lei a tenere in ordine i francobolli che i piccoli collezionisti di tutta Italia spedivano in via Emilio Po per ricevere a casa le ‘fifi’ necessarie per completare l’album.

«Che siamo diventati famosi l’ho sentito dire, ma per me non è cambiato niente, in famiglia ci siamo sempre voluti bene come quando eravamo poveri. Adesso posso leggerti una mia poesia?» (Edda Panini, 24 luglio 218).

I funerali saranno celebrati oggi nella chiesa di Gesù Redentore alle 16.