«Ho capito che sentire i suoi piedi sfiorare i miei, la mattina, è molto più appagante della sensazione che può darti un comodino colmo di banconote. Cosa mi ha cambiato? Il suo amore ma anche l’affetto di chi, tra i volontari, ha creduto in me». Rapinatore di banche di professione da vent’anni Andrea (nome di fantasia) 43 anni di Torino ha improvvisamente intrapreso un’altra strada e la sua storia dimostra come chiunque possa cambiare se davvero lo desidera. Soprattutto per amore. Andrea è tra gli ex carcerati entrati nel percorso di reinserimento sociale attuato da Porta Aperta. Come è diventato rapinatore? «Ero un adolescente problematico a livello emotivo. Mi sono diplomato al classico, a Torino con 5660 poi mi sono iscritto a lettere ma, dopo due anni di frequenza, mi sono reso...

«Ho capito che sentire i suoi piedi sfiorare i miei, la mattina, è molto più appagante della sensazione che può darti un comodino colmo di banconote. Cosa mi ha cambiato? Il suo amore ma anche l’affetto di chi, tra i volontari, ha creduto in me».

Rapinatore di banche di professione da vent’anni Andrea (nome di fantasia) 43 anni di Torino ha improvvisamente intrapreso un’altra strada e la sua storia dimostra come chiunque possa cambiare se davvero lo desidera. Soprattutto per amore. Andrea è tra gli ex carcerati entrati nel percorso di reinserimento sociale attuato da Porta Aperta.

Come è diventato rapinatore?

«Ero un adolescente problematico a livello emotivo. Mi sono diplomato al classico, a Torino con 5660 poi mi sono iscritto a lettere ma, dopo due anni di frequenza, mi sono reso conto che lo Stato non funzionava. La mia idea era che occorresse una giustizia proletaria. Avevo una condizione agiata: i miei erano entrambi commercianti ma non ho agito per soldi: volevo distruggere il sistema. Così ho iniziato a frequentare i centri sociali di Torino; mi sono trasferito a Londra e in Francia. A quindici anni già iniziavo a pensare a come poter ‘combattere’ il sistema e a sedici me ne sono andato di casa».

Ricorda il primo colpo grosso?

«Sì. A vent’anni ho messo insieme un gruppo: siamo entrati in banca con maschere e pistole e ci siamo presi l’incasso. Poi dopo un po’ mi sono messo da solo».

Quante rapine ha fatto?

«Tante, neppure lo ricordo. Forse una trentina ma non c’è mai stata violenza. Gridavo, mettevo scompiglio poi rassicuravo le persone: non era il mio obiettivo far loro del male».

Come usava i soldi?

«Con trenta milioni di lire, ad esempio, ho scavato con le mie mani un pozzo in Nicaragua. Dopo i diversi colpi sono stato condannato tre volte; l’ultima a maggio 2010. Sono finito in carcere a Torino, poi a Biella. Mi hanno contestato la pericolosità sociale e dopo mi hanno dato due anni di misura di sicurezza nella casa di lavoro di Castelfranco. Ho finito di scontare la condanna nel 2016 ma non avevo nulla: nessuno da cui tornare a casa la sera».

Quando è arrivata la svolta?

«Mi sono iscritto al corso di Agraria, allo Spallanzani. E qui ho conosciuto la persona che oggi è mia moglie. Insegnava botanica. E’ stata lei a cambiarmi la vita: il 4 novembre del 2016 sono evaso: dovevo andare a scuola. Le ho scritto due righe e sono tornato a Torino. Sei mesi dopo mi hanno arrestato: ero armato e col colpo in canna. Dopo la detenzione alle Vallette sono tornato a Castelfranco da dove, nel frattempo, lei mi scriveva lettere. Da quel momento è nato qualcosa. Il magistrato di sorveglianza per un anno non mi ha dato licenze: tutto il nostro amore era scritto sui fogli che ci scambiavamo. Dopo un anno ho deciso di iniziare il percorso di volontariato a Portobello: era l’unico modo di vederla. Ero cinico ma lì ho trovato un contesto positivo e amici: persone che mi accettavano nonostante il mio passato. Così ho iniziato a ‘scrivere’ la mia vita da capo».

Dopo cos’è successo?

«Ho coinvolto anche lei nel progetto di Portobello e insieme abbiamo fatto tante raccolte alimentari. Abbiamo condiviso e conosciuto persone che danno tutto al sistema per cambiare le cose ma in cambio di nulla. Lo scorso anno, a settembre, l’ho sposata e da novembre sono fuori. Sono un uomo libero e a dicembre inizierò a lavorare in una cooperativa».

Chi è Andrea oggi?

«Un uomo che ha trovato la propria dimensione e che desidera stabilità con la propria famiglia. L’amore mi ha cambiato e non mi volterò indietro. Per ora lavora solo lei ma le cose cambieranno: ha creduto in me e voglio darle quello che le serve per stare bene. La sera faccio la mia passeggiata sull’argine; guardo i cerbiatti e parlo coi miei suoceri. Suo figlio mi considera un amico. Lei mi ha detto: preferisco avere qualcosa in meno ma con il mio piede sentire il tuo la sera. Ed è quello che penso anche io. Non ci sono i comodini pieni di soldi come una volta. Ma tutto questo non ha prezzo»

Valentina Reggiani