Fabio Condemi : "Così il ’Calderon’ di Pier Paolo Pasolini rivive grazie all’arte"

Appuntamento oggi pomeriggio alle 16 al Teatro Storchi "Nello spettacolo confluiranno numerosi e importanti riferimenti: il teatro di Brecht, la rilettura di Barthes, la pittura di Velàzquez".

Fabio Condemi : "Così il ’Calderon’ di Pier Paolo Pasolini rivive grazie all’arte"

Fabio Condemi : "Così il ’Calderon’ di Pier Paolo Pasolini rivive grazie all’arte"

di Maria Silvia Cabri

Appuntamento oggi pomeriggio alle 16 al Teatro Storchi di Modena con il ‘Calderón’ di Pier Paolo Pasolini, con regia, ideazione scene e costumi di Fabio Condemi (Premio Ubu 2021). Scritto nel 1967 e pubblicato nel 1973, ‘Calderón’ è un dramma in versi ispirato a ‘La vita è sogno’, il noto capolavoro del tragediografo spagnolo seicentesco Pedro Calderón de la Barca.

Ma l’atmosfera, la trama, il contesto sono radicalmente diversi: siamo nella Spagna franchista degli anni Sessanta, tra tumulti rivoluzionari e logiche di potere che non sembrano lasciare altro spazio di libertà che nel sogno. Lo spettacolo è realizzato nell’ambito di ‘Come devi immaginarmi’, ideato da Valter Malosti e Giovanni Agosti dedicato a Pasolini in occasione del centenario della nascita; e di Prospero Extended Theatre, progetto della rete transnazionale di cui ERT è parte dal 2006, col supporto del programma ‘Europa Creativa’ dell’Unione Europea.

Condemi, come nasce il suo rapporto con Pier Paolo Pasolini?

"Ho avvertito fin da adolescente un amore letterario per le sue poesie, i romanzi, le opere. Ho sentito un’affascinazione per quello che leggevo, le sue descrizioni, lo sguardo che attraversa la città, Roma, con una sorta di estraneità Poi quando ho incontrato il suo teatro, ho ritrovato la forza della sua poesia, la sua capacità di osservare in modo distaccato ma febbrile, il presente e le sue contraddizioni".

Siamo nella Spagna franchista degli anni Sessanta: perché questa ambientazione?

"Pasolini ha letto di l’opera di Calderón a 17/18 anni ed è stata una lettura importantissima per lui: il tema del sogno e della realtà è sempre presente nelle sue opere. Ne riprende le tematiche e i personaggi ma lo colloca nella Spagna del 1967, al fine di analizzare il rapporto tra potere dei padri che tengono i figli addormentati. E’ un periodo di grandi contestazioni e Pasolini si interroga su che tipo di cambiamento avverrà. Io ho mantenuto la sua stessa ambientazione: il mio è un ‘teatro di parola’, le ambientazioni non sono realistiche, è la parola che crea lo spazio e le situazioni".

Un testo labirintico e complesso, in cui coesistono molteplici piani e stratificazioni narrative…

"Sono presenti nel testo di Pasolini e io ho cercato di tradurli in scena, facendo confluire nello spettacolo numerosi riferimenti: il teatro di Bertold Brecht nella rilettura di Roland Barthes, la pittura di Diego Velàzquez, le idee sulla rappresentazione e sul rapporto tra teatro e spettatori, la polemica contro ‘i competenti della nuova epoca che sta cominciando, che sono così informati sul presente e sulle possibilità del futuro, che ritengono decrepite le esperienze fatte lo scorso anno. Non solo".

Cos’altro?

"Rosaura, la protagonista, si sveglia in tre contesti sociali diversi: al centro, quale riferimento principale, ‘La vita è sogno’, su cui si basano appunto i tre sogni della giovane. Nell’opera di Pasolini non c’è una conclusione positiva, ma aperta alle tante possibili interpretazioni de pubblico".

Il ‘sogno’: come è inteso?

"Nello spettacolo, a fare da fonte drammaturgica, ci sono i dialoghi platonici, mentre la psicanalisi freudiana e gli studi teologici sul corpo accompagnano e arricchiscono l’indagine sul sogno, inteso sia come prigione sia come utopia. Un lavoro intenso, in cui gli spettatori sono chiamati a interrogarsi su cosa significa essere nella storia, con i nostri corpi, le nostre opere, i nostri sogni".