Il sacrificio degli internati: "Il calvario di mio padre"

Fiumalbo, Emanuela Santi racconta la storia del genitore catturato dai tedeschi ."Fu deportato a Hartmannsdorf"

A sinistra Giuseppe Santi e a destra la figlia Emanuela Santi (a destra nella foto)

A sinistra Giuseppe Santi e a destra la figlia Emanuela Santi (a destra nella foto)

Dopo anni di silenzio, da qualche tempo vengono ricordati i sacrifici dei militari italiani deportati durante la Seconda Guerra Mondiale nei lager nazisti e destinati a lavoro coatto presso ditte in Germania e in territori occupati. Gradualmente si stanno concedendo onorificenze dallo Stato e in alcuni (pochi) casi stanno giungendo anche fondi risarcitori da Governo e ditte tedesche alle famiglie di questi ex-deportati.

"Più che per i soldi - dicono i familiari - è comunque un giusto seppur tardivo tributo ai sacrifici di queste persone.’ Lo condivide Emanuela Santi, figlia di Giuseppe Santi nativo di Fiumalbo che poi ha vissuto anche a Pievepelago, insignito dal Prefetto di Modena della Medaglia del Presidente della Repubblica ai deportati ed internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto. La medaglia è stata ritirata da Emanuela, accompagnata dal presidente della Provincia. ‘Ora che si parla finalmente della sorte di queste persone -dice la figlia- voglio far conoscere il ricordo di mio padre Giuseppe Santi. Un atto importante, pur dopo tanti anni, perché così viene riconosciuto il sacrificio di queste persone che dalla prigionia dei tedeschi furono avviate ad un duro lavoro coatto nei lager, con molte morti e invalidità’. Emanuela ricorda che il padre fu coinvolto anche nella Ritirata di Russia.

"Era nato a Rotari di Fiumalbo nel 1922 e di lavoro faceva il boscaiolo. Chiamato alle armi, era nel 6° reggimento Alpini e partì per la Russia con l’Armir il 31 luglio 1942, giorno del suo ventesimo compleanno. Partecipò alle vicissitudini della seconda divisione alpini tridentina, agli ordini del generale Reverberi. A causa della ritirata nel gelo - prosegue Emanuela - dovette amputarsi alcune dita del piede. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 venne catturato dai tedeschi e deportato allo stalag IV di Hartmannsdorf in Sassonia. Nel 1944 venne smilitarizzato d’autorità e avviato al lavoro civile obbligatorio in condizioni vietate dalle convenzioni internazionali. Fu trasferito al campo di lavoro di Erzgebirgis, rientrando dalla prigionia il 20 giugno 1945, poi collocato in congedo il 4 luglio 1946. In patria mancava il lavoro e quindi dovette andare in miniera in Belgio per anni e poi tornò in Italia come muratore; morì a 70 anni. Era riservato e non parlava mai della guerra - conclude Emanuela - ma nel 1951 scrisse al generale Reverberi, che gli rispose ricordando l’amicizia e la fratellanza che si era creata in cosi tragiche circostanze". Circostanze di cui ora riemerge il ricordo ed un doveroso riconoscimento, come di recente accaduto ad ex internati della Val Dragone.

g. p.