UN LABIRINTO di natura morta dove elementi vegetali e animali dialogano con piccoli oggetti ritrovati per terra, lungo una spiaggia, in montagna o nella tasca di un vecchio cappotto: si chiama ‘L’ultimo giardino’ la personale dell’artista modenese Alice Padovani, che inaugura questo sabato e resta in mostra fino al 10 novembre nello spazio industriale dell’Hangar Rosso Tiepido (in via Emilia Est). ARTISTA a tempo pieno, alla domanda ‘che cosa fai?’ Alice, nonostante la fatica a incasellarsi,...

UN LABIRINTO di natura morta dove elementi vegetali e animali dialogano con piccoli oggetti ritrovati per terra, lungo una spiaggia, in montagna o nella tasca di un vecchio cappotto: si chiama ‘L’ultimo giardino’ la personale dell’artista modenese Alice Padovani, che inaugura questo sabato e resta in mostra fino al 10 novembre nello spazio industriale dell’Hangar Rosso Tiepido (in via Emilia Est).

ARTISTA a tempo pieno, alla domanda ‘che cosa fai?’ Alice, nonostante la fatica a incasellarsi, risponde: «Assemblaggi in teche entomologiche, installazioni, performance. Mi piace sperimentare con con materiali, cose, oggetti. Mi definisco un’artista visiva». Il suo ‘ultimo giardino’ ha una doppia lettura: la prima estetica, perché l’esposizione labirintica delle opere – che fanno parte di serie e tempi diversi, alcune delle quali hanno dietro un lavoro di oltre un anno – ricorda effettivamente un giardino. La seconda, invece, «è evocativa dei tempi – racconta l’artista –. È la sensazione, che permea quasi tutti, di una natura che si sta disgregando. Il fil rouge di tutto il mio lavoro è la natura, rappresentata in particolare nel corpo dell’insetto». Alla domanda perché proprio l’insetto, Alice – che tra gli insetti è cresciuta grazie al papà entomologo – risponde: «Perché rappresenta la natura piccola, effimera, che stiamo perdendo senza accorgercene. Ma gli insetti sono il primo anello della catena, l’inizio dell’effetto domino». Non solo, secondo l’artista gli insetti hanno anche una lezione da insegnarci: «L’idea della sopravvivenza. Loro sono immutati da milioni di anni, si sono riusciti ad adattare quasi sempre. Ci insegnano che non resiste sempre il più forte, ma il più adattabile. In questa epoca storica, per la prima volta, li stiamo mettendo in difficoltà». E a chi ne ha paura, o ribrezzo, spiega che «è come la paura del diverso: quando non conosci qualcosa la temi, ma se impari a conoscerla non fa più così paura».

SOPRATTUTTO se fuori contesto, e questa è la potenza dell’arte contemporanea: «Prendi qualcosa e mettici un faro sopra, improvvisamente si crea una nuova chiave di lettura». Nei lavori in mostra, in questo ultimo giardino che è già natura morta c’è un desiderio di collezionare, conservare, raggruppare ciò che rimane. Assemblaggi che, in un qualche modo spiazzante anche per l’artista stessa, riescono a regalare agli osservatori una sensazione di serenità, come di un riavvicinamento alla natura «di cui noi siamo parte, non dimentichiamocene», il suo monito.