Scontro in aula sul dna nel processo per il duplice omicidio dei fratelli Ugo e Breno Bertarini, uccisi a colpi di roncola nella stalla dell’azienda di famiglia di Lame di Zocca il 26 febbraio del 2018. Per quel massacro alla sbarra c’è il 59enne Angelo Rainone, ex genero di Ugo Bertarini. Ieri il confroto sulle tracce genetiche e dattiloscopiche tra i periti del Ris di Parma nominati dal gip Eleonora Pirillo in incidente probatorio e il consulente della difesa. Gli avvocati Samantha Amodio e Francesca Lazzeri hanno puntato sul ‘super’ genetista Giorgio Portera, volto noto nei programmi...

Scontro in aula sul dna nel processo per il duplice omicidio dei fratelli Ugo e Breno Bertarini, uccisi a colpi di roncola nella stalla dell’azienda di famiglia di Lame di Zocca il 26 febbraio del 2018. Per quel massacro alla sbarra c’è il 59enne Angelo Rainone, ex genero di Ugo Bertarini. Ieri il confroto sulle tracce genetiche e dattiloscopiche tra i periti del Ris di Parma nominati dal gip Eleonora Pirillo in incidente probatorio e il consulente della difesa. Gli avvocati Samantha Amodio e Francesca Lazzeri hanno puntato sul ‘super’ genetista Giorgio Portera, volto noto nei programmi televisivi di ‘nera’ e consulente in casi di eco nazionale come il delitto di Yara Gambirasio.

Al centro della discussione in particolare la cosiddetta ‘traccia 31’, una macchia ematica di circa 5 millimetri rinvenuta sul lato passeggero del furgone di Rainone che presenta il dna di tre persone; quello dell’imputato, quello di Ugo Bertarini e quello di uno dei figli di Rainone, anche se non è possibile identificare quale dei due. «Come tutte le tracce miste è oggetto di discussione – ha spiegato Portera – dalla mia interpretazione fatta anche su un’ulteriore revisione analitica dei dati del Ris viene confermata la presenza del figlio all’interno della traccia».

I periti del giudice hanno cercato di smontare in punta di scienza le conclusioni di Portera fornendo un’interpretazione diversa sul reperto 31, mettendo in discussione in particolare un marcatore del dna del figlio che, se confermato, aprirebbe nuovi scenari. Un confronto estremamente tecnico ma nella loro esposizione iniziale gli esperti del Ris hanno di fatto confermato le conclusioni riportate nelle loro perizie, ovvero la mancanza sostanziale di tracce riconducibili a Rainone nella stalla teatro del delitto e la mancanza di tracce delle vittime nell’abitazione l’imputato, certamente il punto più fragile del castello accusatorio. Nessuna impronta di Rainone, è stato ribadito ieri in aula, nemmeno sulla roncola presunta arma del delitto.

«Impossibile nascondere le tracce – ha commentato Portera fuori dal tribunale – soprattutto in una scena del crimine con così tanto sangue e di fronte ad un’attività investigativa su vari ambienti». Breno e Ugo Bertarini furono trovati senza vita nella stalla dell’azienda di famiglia a Lame di Zocca il 26 febbraio del 2018. I loro corpi straziati da diversi colpi di roncola. I carabinieri arrivarono presto ad Angelo Rainone. A suo carico soprattutto il contesto famigliare, testimonianze dei pesanti attriti che da tempo si trascinavano con il suocero dopo la separazione dalla figlia, problemi legati a fattori economici che ruotavano intorno dell’azienda di cui anche Rainone era stato socio. Scontri che secondo diverse testimonianze avevano portato Rainone a minacciare pubblicamente di morte più volte Ugo Bertarini. E poi le immagini del suo furgone rilevate da alcune telecamere pubbliche non lontano dal luogo del delitto in un orario compatibile con quello della morte dei fratelli Bertarini.

Emanuela Zanasi